Alberto è prigioniero in Venezuela dal 15 novembre 2024: media, intellettuali, politici, gente dello spettacolo e dello sport fanno troppo poco. E’ ora di liberarlo.
Siamo diventati irriconoscibili a noi stessi oppure stiamo sbagliando tutti qualcosa. È evidente che è così, altrimenti non si spiega. La cosa che non si spiega è come sia possibile che ancora non si sia creato un movimento forte e pressante a favore della liberazione di Alberto Trentini. E quel poco che la famiglia, la madre Armanda, l’avvocato Ballerini, riescono ad alimentare come fiammella di attenzione, subito torna a spegnersi e il silenzio ricopre la scena su una vita italiana rubata e non ancora restituita.
Se facciamo un sondaggio tra mille persone a campione, mostrando loro una foto di Alberto, è altamente probabile che nemmeno il 10 per cento sappia chi è. Eppure ormai dovrebbero riconoscerlo tutti, come quando ti mettono davanti la foto di un fratello, un figlio, un nipote. Questo è Alberto Trentini: un italiano uguale, finito per i giochi della politica internazionale in un carcere del Venezuela dove era andato per dare una mano a gente oltre la miseria, perché questo è il mestiere che si è scelto. Dottor Alberto Trentini da Venezia, 46 anni, cooperante professionista da almeno 20, pronto a infilarsi dovunque la terra bruci per portare un poco di ristoro.
Il problema enorme per chiunque abbia conservato almeno un pallido senso di umanità e di comunità è che questa persona perbene sta in una cella due metri per due di un carcere infernale di Caracas. E sta lì dentro da più di un anno. E non c’è una sola accusa che sia stata mossa contro di lui. E il suo avvocato non hai mai potuto neanche visitarlo. Che cosa sta facendo lo Stato Italiano, il governo italiano, il popolo italiano per porre fine immediatamente a questa infamia? Che cosa stanno aspettando lo spettacolo italiano, lo sport italiano, gli intellettuali e le grandi firme italiane per spendere un po’ della loro popolarità al servizio di una causa sacrosanta? E l’informazione italiana è proprio sicura di aver lavorato a dovere per far almeno conoscere il caso a quanto più pubblico possibile, a portare la faccia di Alberto nelle famose case degli italiani, a insistere e insistere e insistere perché diventi uno di famiglia, e allora per uno di famiglia ci si muove, ci si danna, ci si batte finché non torna a casa.
Il fatto è che Alberto Trentini è esattamente uno di famiglia. Ma questa semplicissima verità non è passata. Per una minoranza troppo esigua la sua vita ha un valore che cresce coi giorni che si sommano di prigionia, mentre per tutti gli altri non è neanche un problema o una vergogna nazionale: semplicemente non esiste, forse un’eco lontana di qualcuno che se stava a casa sua era meglio e si è andato a infilare in un guaio e adesso se la sbrighi. Altri e altre, in condizioni simili, non se la sono sbrigata da soli. Anche questo andrebbe ricordato, magari dai politici che affollano gli schermi tv dall’alba ai tg della sera, fino ai talk seguitissimi che arrivano a notte. Perché deputati e senatori non spendono, prima di ogni loro dichiarazione, una frase così: «Detto che vorrei la liberazione di Alberto Trentini e che mi impegnerò per ottenerla, aggiungo che considero la riforma della legge elettorale eccetera». Invece, l’urgenza che dovrebbe tormentare ognuno e ognuna di loro, indipendentemente dall’appartenenza politica, li lascia indifferenti. E così i Comuni, con i loro bei palazzi su belle piazze, che cosa aspettano per esibire uno striscione per Alberto come è stato fatto giustamente per altre cause? Perché lui non è degno e altri sì? Quale mistero respinge i nostri cuori e le nostre volontà di persone libere dalla presa di coscienza che è in gioco la libertà di un cittadino come noi, anche meglio di tanti di noi?
Da oggi questo giornale, dove ho l’onore di collaborare, metterà un banner fisso sulla prima pagina del sito con la faccia di Alberto Trentini, la scritta «liberatelo», e un contatore con i giorni che sta passando innocente in una cella. E, pur senza avere alcun mandato né titolo per farlo, mi permetto di chiedere la stessa attenzione a tutti i direttori/direttrici di quotidiani, cartacei-televisivi-radiofonici-digitali, talk televisivi, riviste settimanali, mensili, maschili o femminili. È la cosa giusta, al punto in cui siamo, l’unica che resta, a parte confidare in una sempre più vaga e incerta soluzione politica. Da 381 giorni il bravo dottore Alberto Trentini sta aspettando che la sua patria, la sua gente, batta i pugni sul tavolo per lui. Cominciamo che è tardi. E se diventasse troppo tardi non c’è dio che ce lo perdonerà.
Fonte: Corriere della Sera
