Prima i morti nel casolare abbandonato in via Bariglaria, alla periferia di Udine, poi un richiedente asilo afgano di 25 anni morto di freddo e di esalazioni di ossido di carbonio nel casolare di via Barcis a Pordenone. Nessun morto ancora a Trieste (probabilmente è solo una questione di tempo) dove più di 160 richiedenti (dati ICS) vivono nei magazzini del porto vecchio senza riscaldamento, acqua e servizi igienici.
Tre morti dunque in pochi giorni a fine novembre (appena all’inizio dell’inverno): un quadro sconvolgente per il Friuli, terra ricca dove giovani fuggiti da guerre e persecuzioni muoiono però sulla strada nell’indifferenza generale. Si useranno anche questa volta le consuete parole logore, si parlerà di morti accidentali o al più di morti della disperazione, inquadrando il tutto come un triste fenomeno che non può essere evitato e di cui nessuno è responsabile.
Ogni episodio va indagato nelle sue specifiche dinamiche e responsabilità, ma il quadro generale che emerge è in oggi caso di una brutale chiarezza: non si tratta di morti accidentali da attribuire alla fatalità, bensì di omicidi silenziosi causati da colpevole indifferenza ed inerzia delle istituzioni che delle persone abbandonate dovrebbero occuparsi.
La Regione, sempre impegnata in un’incessante propaganda xenofoba contro qualsiasi straniero, anche minore, sperpera milioni di euro in telecamere, luci di Natale capaci di illuminare la notte come se fosse giorno e ogni altra sorta di eventi e progetti di assai dubbia utilità, ma non c’è un solo euro per interventi di emergenza umanitaria.
Le Prefetture della regione sono da anni tenacemente inadempienti rispetto ai loro precisi obblighi di legge (ribaditi anche dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea con la sua sentenza del 1 agosto 25 nella causa C-97/24) che impongono di assicurare in ogni caso con immediatezza le misure di accoglienza per i richiedenti asilo (in mancanza di posti, ci dice la giurisprudenza, le persone vanno comunque collocate presso strutture provvisorie) proprio allo scopo di tutelare il diritto alla vita; le stesse Prefetture, in parallelo, fanno uscire forzatamente dai centri di accoglienza coloro che hanno trovato lavori precari, ben sapendo che si tratta di lavori temporanei e che le persone non potranno trovare una propria abitazione e finiranno così nella marginalità.
I posti letto nelle strutture di bassa soglia dell’emergenza freddo da allestirsi a cura dei comuni hanno ovunque, in tutti i capoluoghi della regione, numeri risibili per territori di confine che vedono inevitabilmente ingressi dalla rotta balcanica ogni giorno.
Anche se vi sono in regione esperienze e prassi virtuose, la domanda che dobbiamo porci è in quale gorgo di inaudita violenza e disprezzo per la vita umana è finito in questi anni il Friuli Venezia Giulia.
Il Centro di accoglienza Ernesto Balducci e la Rete DASI (Diritti, Accoglienza e Solidarietà internazionale) anche a partire dal percorso che ha visto centinaia di persone e organizzazioni elaborare, a giugno 25, il documento di proposte “Prima le persone”, lanciano un appello a tutta la comunità regionale, indipendentemente dai diversi orientamenti politici, affinché si riconosca che non è più rinviabile un risveglio delle coscienze che rimetta al centro dell’agire pubblico in FVG la tutela dei diritti fondamentali della persona, italiana o straniera, e chiedono alla magistratura locale un maggior coraggio nell’indagare le responsabilità che stanno dietro a tante situazioni di abbandono, e ora, persino di tante morti innocenti.
