Giornalismo sotto attacco in Italia

Trump ha a cuore i cristiani nigeriani ma dimentica quelli cinesi

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Sicuramente al presidente statunitense Donald Trump non difetta la capacità di porsi quotidianamente al centro dell’attenzione. Oltre ad autocandidarsi al premio Nobel per la pace, il primo novembre ha minacciato un intervento militare in Nigeria per fermare quella che ha definito “una persecuzione dei cristiani” ad opera dei terroristi islamisti. In particolare, Trump ha dichiarato di aver dato disposizioni al Dipartimento della Difesa per prepararsi ad una eventuale azione nel paese africano minacciando anche di sospendere gli aiuti “se il governo continuerà a permettere l’uccisione dei cristiani”.

Terrorismo, criminalità diffusa ed insurrezioni stanno devastando dal 2009 la più popolosa nazione del continente: 240 milioni di abitanti, divisi in modo pressoché uniforme tra cristiani e musulmani con solo lo 0,6% che aderisce alle religioni tradizionali africane o ad altre credenze. Sono decine di migliaia le persone uccise e milioni gli sfollati soprattutto nelle regioni settentrionali a schiacciante maggioranza islamica. Nel 2025 la Nigeria si colloca al sesto posto nell’indice globale del terrorismo. Olayinka Ajala, professore all’università inglese di Leeds, afferma che analizzando i dati dell’ Acled (Armed Conflict Location and Event Data, un osservatorio indipendente sulla violenza), risulta difficile definire i massacri in base all’appartenenza religiosa. Insomma sono stati colpiti i credenti di tutte le religioni ed appartenenti a diverse etnie: chiese e moschee egualmente nel mirino. Non è un caso che Boko Haram e Iswap (principali gruppi islamisti) operano rispettivamente nel nord est e nel nord ovest del paese a larghissima maggioranza musulmana.

Prendere in considerazione le vittime cristiane non deve farci trascurare le migliaia di musulmani sepolti senza giustizia: i contadini hausa massacrati dai banditi nello stato di Zamfara; le persone uccise da Boko Haram in quello di Borno; i bambini rapiti dalle scuole islamiche e abbandonati in accampamenti nella foresta. Allo stesso tempo, insistere nel prendere in considerazione tutte le vittime non significa minimizzare le sofferenze delle comunità cristiane. Significa insistere sul fatto che la violenza in Nigeria … è democratica nella sua crudeltà” commenta icasticamente lo scrittore nigeriano Elnathan John.

In effetti la violenza religiosa iniziò in Nigeria nel 1953, sette anni prima dell’indipendenza dalla Gran Bretagna. I numerosi governi militari e civili al potere in questi ultimi 65 anni hanno faticato a contenere violenze nominalmente religiose ma più spesso legate a questioni etniche, al controllo e gestione delle risorse (acqua e terre fertili contese da contadini stanziali e pastori nomadi) , così come alla vigilanza sui confini coloniali stabiliti dagli inglesi che collocarono (secondo la tradizionale filosofia del “divide et impera”) disparati gruppi etnici con identità diverse nello stesso territorio innescando conflitti insanabili.

Già nel dicembre 2020 Trump si disse preoccupato perché il governo (guidato all’epoca dal presidente Muhammadu Buhari) non stava facendo abbastanza per proteggere la sicurezza dei nigeriani, in particolare dei cristiani. La preoccupazione si è riproposta lo scorso novembre al termine di una forte offensiva animata dalla destra cristiana statunitense e dalla galassia Maga: nel mirino l’esecutivo nigeriano accusato di ignorare le stragi di cristiani, secondo il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz. L’obiettivo è in realtà rinsaldare il rapporto con le comunità cristiane statunitensi che appoggiano Trump: evangelici, reborn (ovvero rinati), pentecostali sono le stesse chiese “consorelle” che calamitano sulla sponda opposta dell’oceano Atlantico i cristiani in Nigeria.

Secondo attivisti della diaspora nigeriana negli Usa, le dichiarazioni di Trump aprono la strada ad una politica restrittiva (anche con minaccia militare) per indebolire l’ascesa politica ed economica del gigante africano che dallo scorso gennaio è membro del Brics che tanto disturba i sogni dei suprematisti a stelle e strisce. Forse non è casuale che le autorità statunitensi (appena due giorni prima delle dichiarazioni di Trump) abbiano revocato il visto di ingresso a Wole Soyinka, primo africano a vincere il premio Nobel per la letteratura nel 1986, che per 30 anni ha insegnato presso prestigiose università statunitensi. Forse a “The Duck” brucia ancora la definizione che lo scrittore nigeriano gli regalò: “Donald Trump come Idi Amin”.

Ultima domanda. Il fervore politico-religioso che scuote Donald per i cristiani nigeriani non sembra accendergli analogo interesse per le sorti dei cristiani cinesi, schiacciati da un regime impietoso. Perché? Ai posteri l’ardua sentenza.

Fonte rivista CONFRONTI n.12 dicembre 2025


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