I migliori auguri a papa Leone XIV, che compie settant’anni e si è posto in scia a Francesco su tutti i temi cruciali del nostro tempo, a cominciare da quello dirimente della pace.
Una pace, per usare parole sue, “disarmata e disarmante”: l’opposto delle pretese messianiche ed egemoniche che si levano da più parti, tanto per quel che concerne il conflitto russo-ucraino quanto per quel che concerne la mattanza che sta avendo luogo a Gaza e in tutta la Palestina. Sono gli Stati Uniti, tuttavia, a preoccuparci maggiormente. È proprio la terra natale del pontefice, che per ottant’anni abbiamo considerato un faro della democrazia e un punto di riferimento, a essere infatti in ginocchio, lacerata da una guerra civile neanche troppo strisciante e incendiata da dichiarazioni aberranti come quelle pronunciate dalla vedova di Charlie Kirk.
Ebbene, qui una riflessione si impone.
Fatta salva la condanna per qualunque omicidio e il rispetto che ogni vita umana reca con sé, non accettiamo lezioni gandhiane dai seminatori d’odio in servizio permanente effettivo. Non accettiamo di essere messi sul banco degli imputati dai sostenitori di un presidente che il 6 gennaio 2021, non riconoscendo la sconfitta elettorale, ha tentato un golpe ai danni del legittimo vincitore delle Presidenziali del 2020. Non accettiamo di essere accostati ad alcuna forma di predicazione feroce da chi di questa pratica ne ha fatto la propria cifra esistenziale. E non accettiamo i toni disumani della signora, ci spiace dirlo. Nel momento in cui una persona, per quanto distrutta dal dolore, lascia intendere che la morte del marito potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora e far fuoriuscire i miasmi a lungo faticosamente trattenuti dalla parvenza di civiltà che ancora rimaneva, a quelle latitudini, prima dell’avvento di Trump, in quel momento nessuna solidarietà può porre in secondo piano la doverosa condanna nei confronti di affermazioni spregevoli. Allo stesso modo, non possiamo tacere al cospetto delle dichiarazioni di un inquilino della Casa Bianca che si è permesso di invocare la pena di morte per l’assassino reo confesso. Non si tratta solo della nostra viscerale avversione verso questa pratica ma del fatto che sia inaccettabile che un potere dello Stato si sostituisca sostanzialmente a un altro, minandone autorevolezza e indipendenza. Non solo: è evidente il tentativo di fomentare gli animi e sfruttare politicamente la tragedia, come del resto fece Mussolini un secolo fa quando varò le “Leggi fascistissime”, l’ultimo passo verso la dittatura dopo il discorso alla Camera del 3 gennaio ’25. Trump come Mussolini? È lui che ne cita con orgoglio le frasi, ne assume la postura e ne imita i metodi. E per quanto il contesto non sia paragonabile, è sempre lui che si diletta ad andare a braccetto con tutti i despoti della Terra, a cominciare da Putin, mostrando ammirazione e quasi invidia per ciò che la totale assenza di democrazia in quei paesi consente loro.
Occhio, perché stiamo vivendo una fase storica senza precedenti, se non per l’appunto il ventennio fra il ’22 e il ’43 che costò all’Europa ben quattro dittature sanguinose e una guerra mondiale che ci ha di fatto consegnato fra le braccia degli americani. Un’America che oggi ha deciso di abdicare al proprio ruolo di gendarme del mondo, e questo sarebbe anche un bene, disimpegnandosi dal fronte occidentale per impegnarsi, in compenso, in una feroce guerra, per ora solo commerciale, con la Cina, nella speranza di incrinarne l’ormai solidissimo asse con la Russia. Un’America che ha sbagliato tutto dopo l’89, quando ha voluto stravincere la Guerra fredda, umiliando la Russia e favorendo l’ascesa del suo attuale timoniere. Un’America che ha coltivato l’utopia distopica del sereno vento dell’Ovest, dell’onnipotenza e del trionfo dell’egemone globale in un quadro unipolare, invocando la fine della storia e dovendosi invece accorgere ben presto che la storia non solo non fosse finita ma fosse pronta a far pagare a noi occidentali il conto dei crimini che abbiamo commesso in ogni angolo del pianeta.
Papa Francesco si era sforzato di offrire a questo disastrato mondo una cornice di pace e un orizzonte di convivenza civile, seguendo i principî universali della Chiesa, incontro e fratellanza, e mettendo al bando ogni forma di conflitto. Papa Leone sembra andare nella stessa direzione, e ha dalla sua un’esperienza internazionale di tutto rispetto. Entrambi, però, danno l’impressione di essere inascoltati da governanti che auspicano la guerra, che non fanno altro che prepararla, che arrivano addirittura a decantare le virtù dei bunker anti-atomici, che si servono di una propaganda mai vista in queste proporzioni per convincere la popolazione dell’utilità di gettare a mare il welfare per inseguire la logica degli armamenti e del conflitto e che da anni non fanno altro che dileggiare, aggredire e mettere al bando qualunque voce pacifista, affinché non disturbi un disegno bellicista che non può che condurci nel baratro.
Auguri a papa Leone, dunque, con l’illusione che un suo eventuale viaggio in America possa almeno in parte placare gli animi di un paese ormai prossimo alla dissoluzione.
