Alle quindici il campo di Bidnija è immerso nel silenzio e si sente solo il rintocco dell’orologio a scandire l’ora esatta in cui è stata fatta saltare in aria l’auto su cui viaggiava Daphne Caruana Galizia. Sono passati nove anni esatti adesso. La famiglia della giornalista, decine di persone, l’associazione che ha curato la coreografia di questo pomeriggio di memoria, le ambasciatrici di Francia, Irlanda, Germania e tanti colleghi danno vita ad un pellegrinaggio laico fino al punto esatto in cui la vettura si è fermata ed è iniziata un’altra storia, di dolore, rabbia, impegno, dentro un percorso che non è ancora finito perché l’uomo d’affari accusato di essere il mandante dell’agguato è stato appena assolto dalla giustizia di Malta. E proprio la richiesta di giustizia e verità sulla morte di Daphne, su chi davvero aveva interesse a farla tacere per sempre, è stata il filo conduttore del 16 ottobre 2026, un venerdì “diverso”, fatto di ricordi e compassione per chi ha conosciuto la giornalista acuta e rigorosa, ma anche di analisi dei dati sull’informazione in Europa e sulla condizione dei giornalisti. “Se siamo qui è perché il giornalismo ne ha bisogno”, ha detto Manuel Delia, il collega di Daphne che con Repubblika ha organizzato le iniziative. In serata la veglia di preghiera davanti al memoriale spontaneo nato al centro della città, dove l’Ambasciata della Gran Bretagna ha posto una corona di fiori, divenuta il simbolo istituzionale di una necessità, quella di continuare a raccontare le ombre dei sistemi economici e politici. Il messaggio che resta accanto ai fiori della British High Commission in Malta è una citazione: “Ciò di cui si ha bisogno è il diritto di stampare ciò in cui si crede vero… Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alle persone ciò che non vogliono sentire.” – George Orwell, La libertà di stampa”. Molti i messaggi dall’alto spessore simbolico pronunciati durante la veglia. I relatori hanno invitato i presenti a continuare a chiedere giustizia ed a non restare in silenzio. “Siamo il rumore che non volevano”, ha detto Francesca Rispoli, che ha portato “l’abbraccio di Libera” e ricordato come “nove anni fa una bomba tentò di mettere a tacere Caruana Galizia”. La presidente di Libera ha ricordato che l’associazione scelto di includere nell’elenco delle vittime innocenti di mafia letto ogni 21 marzo Caruana Galizia, Anna Politkovskaya, Ján Kuciak e Martina Kušnírová. Un passaggio dell’intervento di Rispoli è stato dedicato alle leggi di protezione dei giornalisti: “…le cause legali note come SLAPP vengono utilizzate anche per intimidire i giornalisti e prosciugare il loro tempo, denaro e coraggio… l‘Italia ha recepito la direttiva europea contro le SLAPP due settimane fa e ha optato per il minimo indispensabile, come ha fatto Malta, lasciando nove casi su dieci senza tutela perché la legge copre solo i casi transfrontalieri”. La Presidente dei Giornalisti Matesi, Nicole Meilak, ha sottolineato come l’omicidio di Daphne non sia stato “solo un brutale assassinio di una giornalista, ma un attacco diretto al diritto collettivo del pubblico all’informazione”. Le inchieste di Caruana Galizia sui Panama Papers, 17 Black ed Electrogas avevano svelato i legami tra affari e politica che i potenti volevano tenere nascosti. Il “sottofondo” dell’intera giornata è stato proprio questo: la necessità di continuare quel racconto perché non è finita, perché non c’è stata giustizia, anzi la si è negata e perché la politica locale dell’isola ha sostanzialmente “ignorato” cosa accadeva nel processo per la morte di Daphne. Luiselle Vassallo di Occupy Justice ha ricordato come a settembre scorso, dopo la sentenza di assoluzione di Yorgen Fenech, diverse organizzazioni si sono unite in una protesta unanime in seguito alle prove emerse e ha ribadito che “chi ha commissionato l’omicidio non ha ancora pagato per questo e ciò non è giustizia”. Ancora Vassallo ha sottolineato come “davanti ad una situazione del genere il governo non ha ancora preso in considerazione una legge per proteggere i cittadini dalla criminalità organizzata” e che “l’argomentazione secondo cui una legge del genere non è necessaria protegge solo coloro che già godono della protezione di chi ha il dovere di servire il pubblico”. Il richiamo alla necessità di un “giornalismo forte per rendere più forti le democrazie” è arrivato dall’avvocata Anna Myers, fondatrice e direttrice esecutiva del Whistleblowing International Network, che ha dedicato la sua carriera al sostegno dei whistleblower. Nella sua relazione ha ribadito che “gli omicidi di Caruana Galizia e di Kuciak e Kušnírová in Slovacchia sono stati tra gli eventi chiave che hanno portato all’emanazione della legge europea a tutela dei whistleblower e, più recentemente, di una legge contro le cause abusive…. l’omicidio di Daphne ha anche contribuito ad unire i gruppi della società civile di tutta Europa per chiedere azioni a tutela dello spazio pubblico, compreso il diritto di protestare e di esercitare il giornalismo”. E a proposito del ruolo dei giornalisti ha detto: “Se le persone parlano per noi, dovremmo ascoltarle e dovremmo camminare al loro fianco”. Particolarmente applaudito un passaggio di Francesca Rispoli, dedicato alle streghe. Daphne Caruana Galizia è stata definita una “strega”. “La parola strega è stata usata come insulto, ma le streghe erano donne che sapevano le cose, facevano domande e non rimanevano in silenzio. Dobbiamo essere tutte streghe”, ha detto Rispoli.









