Si può davvero contrastare lo sfruttamento del lavoro cancellando lo strumento istituito per conoscerlo e combatterlo?
È la domanda che sorge di fronte all’emendamento presentato in Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, nell’ambito della manovra di assestamento di bilancio in discussione, che propone di sopprimere i commi 77-80 dell’Art. 6 della Legge regionale 12/2025, istitutivi dell’Osservatorio regionale per il contrasto al caporalato.
Oltre ad alcuni partiti di opposizione, è il Coordinamento regionale di Libera – Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie a chiederne il ritiro, esprimendo preoccupazione per una scelta che rischia di indebolire la risposta pubblica allo sfruttamento lavorativo. E il Centro “Balducci”, condividendo questa denuncia, si unisce all’appello.
Lo sfruttamento esiste anche in Friuli Venezia Giulia
Il Friuli ama riconoscersi nell’immagine di una terra di persone “salt, onest e lavorador” (solide, oneste e lavoratrici). Un’identità che appartiene alla sua storia, ma che non può diventare una rassicurazione dietro la quale ignorare le contraddizioni del presente. Nessun territorio è immune dall’illegalità e nessuna comunità può considerarsi al riparo dallo sfruttamento.
Come ricorda Giuliana Colussi, referente regionale di Libera, la cronaca segnala situazioni preoccupanti nei vigneti, nei cantieri navali, nell’edilizia e nella ristorazione. Realtà diverse, accomunate dal rischio che la necessità di lavorare diventi uno strumento di ricatto e che la vulnerabilità delle persone venga trasformata in occasione di profitto.
«Abbiamo un problema, un problema serio, non possiamo più far finta di niente, non vedere e girarci dall’altra parte», afferma Colussi.
È un richiamo che non possiamo eludere. Dietro ogni situazione di sfruttamento ci sono donne e uomini, spesso privi di reali possibilità di difendersi, ai quali vengono negati diritti fondamentali. Non è soltanto una questione di regolarità contrattuale: è in gioco la dignità delle persone e la possibilità di vivere il lavoro come strumento di autonomia, partecipazione e futuro.
L’Osservatorio va attuato, non cancellato
L’Osservatorio regionale dovrebbe favorire il monitoraggio del fenomeno, mettere in rete istituzioni e competenze, verificare le condizioni contrattuali, abitative e di trasporto dei lavoratori e contribuire alla costruzione di interventi efficaci di prevenzione e contrasto. La sua composizione, che coinvolge diversi soggetti istituzionali e sociali, risponde proprio alla necessità di affrontare un problema complesso attraverso un’azione coordinata.
Perché, allora, proporne la soppressione prima ancora di averne pienamente valorizzato le potenzialità?
Non conosciamo le motivazioni che hanno condotto alla presentazione dell’emendamento. Ma riteniamo che, di fronte a un fenomeno che richiede attenzione e responsabilità, la strada da percorrere sia un’altra: rendere l’Osservatorio operativo, rafforzarne le funzioni e metterlo nelle condizioni di produrre risultati concreti.
Se occorrono più controlli, bisogna renderli efficaci. Se è necessario migliorare il coordinamento tra gli enti, occorre investire in questa direzione. Se emergono criticità, vanno affrontate. Cancellare lo strumento non cancella il problema: rischia soltanto di renderlo meno visibile e più difficile da contrastare.
La legalità non si difende con le dichiarazioni, ma con scelte coerenti e strumenti adeguati. E la responsabilità delle istituzioni si misura soprattutto nella capacità di proteggere chi dispone di meno potere e meno voce.
Dalla parte di chi subisce le ingiustizie
La storia del Centro “Balducci” e l’eredità di Pierluigi Di Piazza ci richiamano a guardare la realtà dalla parte di chi è più fragile, di chi rischia di essere reso invisibile, di chi subisce ingiustizie senza avere la forza o gli strumenti per denunciarle.
È una prospettiva che ci impedisce di considerare lo sfruttamento lavorativo come una questione lontana o marginale. Il lavoro non può diventare il prezzo da pagare per sopravvivere, né la necessità di un salario può giustificare la rinuncia ai diritti. Una comunità non dimostra la propria onestà nascondendo le contraddizioni, ma riconoscendole e assumendosi la responsabilità di affrontarle.
Per questo la presa di posizione di Libera ci trova pienamente concordi. Non basta proclamare la centralità della persona: occorre garantirla nei luoghi di lavoro, nelle condizioni di vita e nelle decisioni pubbliche.
Riteniamo dunque quanto mai opportuno chiedere alla Regione Friuli Venezia Giulia di ritirare l’emendamento, dare piena attuazione all’Osservatorio e valorizzarne il ruolo nella prevenzione e nel contrasto al caporalato. Non un passo indietro, ma un impegno concreto, verificabile e condiviso.
Non si combatte lo sfruttamento cancellando gli strumenti per contrastarlo. Non si difende la dignità del lavoro lasciando più soli i lavoratori.
La dignità delle persone non è negoziabile.
E la legalità non può fermarsi davanti ai cancelli dei luoghi di lavoro.
