Un bel successo, per l’informazione e il movimento per la pace, la decisione del Consiglio di Stato depositata il 16 ottobre, sulle forniture di armi che passano dal porto di Ravenna. Non è sempre facile ottenere dai Tar l’accesso a dati che scottano, e stavolta l’amministrazione statale ha resistito, ce lo dice la motivazione della sentenza, con una “difesa energica”. Ma la giornalista Linda Maggiori, con The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo, col Cred di Fabio Marcelli, con l’USB e con altri sono riusciti a bucare il muro pericoloso del segreto. La giustizia amministrativa ha riconosciuto il diritto di sapere e farci sapere cose precise e importanti: quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti da Ravenna, anche disaggregati per quadrimestre e divisi per export-transito, e col paese di provenienza e destinazione.
Non dimentichiamolo mai: chi esercita l’accesso civico e lo spinge sino davanti ai Tar lo fa pagandosi gli avvocati, e se perde deve pagare anche le spese dell’Avvocatura dello Stato. Ricordiamo anche che l’accesso civico previsto dalla legge italiana è un Freedom of Information Act un po’ debole, a paragone con paesi che sul FOIA hanno altre tradizioni e garanzie legali. Perciò quando si deve scegliere la strada del processo amministrativo bisogna andare in salita e lavorare di fino.
Ma adesso ci sono molti punti di forza notevoli, in questa sentenza, e creano un precedente anche per le future domande di accesso ai dati. C’è il riconoscimento del fatto che tutte le persone e le strutture presenti nel processo avevano un interesse rilevante alla trasparenza, perché lavorano per la pace, i diritti umani e la giustizia internazionale. C’è una bella enfasi sull’importanza del dibattito pubblico e del controllo democratico, per “la partecipazione più consapevole alla vita di una comunità, la vicinanza tra governanti e governati, il consapevole processo di responsabilizzazione (accountability) della classe politica”. C’è, ed è interessante anche per Articolo 21, la parificazione tra i partiti, forme tradizionali di aggregazione, e i vari corpi sociali organizzati, in nome del pluralismo.
Una decisione da valorizzare con soddisfazione, insomma, e con un grazie a chi ha tenuto duro fino al secondo grado del giudizio. Sperando che tutte le amministrazioni imparino, come molte hanno già fatto, per esempio a Livorno, e non oppongano più segreti, ragion di Stato, sicurezza esasperata eccetera. Sarebbe meglio, se questi diritti essenziali per la democrazia fossero sempre riconosciuti subito, e le carte bollate non ci volessero mai.
