Ciò che accade attorno al conduttore di Report – ex o tornerà? – è un caso di scuola. È innegabile che Ranucci abbia commesso errori con frequentazioni assai discutibili in cui spicca un personaggio come Lavitola, ma ciò che sta accadendo ha assunto il tono di una crociata. Le elezioni si avvicinano e il pensiero ha da essere unico e omologato. Ranucci rappresenta una forma di dissenso che la destra politica ed aziendale non può tollerare. Naturalmente, l’attacco virulento non ha a che fare con le cene insieme al faccendiere o altri eventuali addebiti. Il notissimo giornalista è reo di avere messo il naso dove è vietato entrare: l’albero genealogico di Fratelli d’Italia, ad esempio.
Tutto il resto è noia, avrebbe cantato il califfo, quello buono.
Tra l’altro, è uno schiaffo all’ordine degli addendi: colui che è sotto scorta stretta e ha subito minacce, querele, nonché un attentato è sotto accusa. L’azienda di cui fa parte non solo non lo tutela, ma lo sospende per dieci giorni magari come anticipazione di una volontà repressiva che nelle sue incaute dichiarazioni il responsabile del settore Approfondimenti Corsini ha dichiarato urbi et orbi. Una sospensione così lunga è un precedente sotto il profilo delle relazioni sindacali che meriterebbe una stigmatizzazione da parte delle istituzioni preposte. L’atto burocratico è stato deciso con motivazioni – pare – fragilissime, per prevenire la decisione del tribunale del lavoro, come evidente pressione tesa a costruire un contesto punitivo.
Di simile aria nera che si respira sarebbe utile parlare, non fermandosi a descrivere pregi e difetti di Ranucci. Siamo di fronte a una prova tecnica di regime: oggi tocca a lui, domani chissà. Brecht ce l’ha insegnato: a furia di sottovalutare il pericolo reazionario, immaginando di non esservi coinvolti, quando tocca a qualcuno dei fini dicitori di oggi non si alzerà neppure un urlo di circostanza.
E Stefano Rodotà ha spiegato con riferimenti puntuali quanto la difesa di un diritto sia indispensabile a prescindere dalla persona in carne o ossa che lo interpreta. Michele Santoro, tra i padri del giornalismo di inchiesta, ha sottolineato in una recente intervista come il successo riscontrato dalle presentazioni dei libri di Ranucci testimoni la volontà di tantissime persone di mobilitarsi per la libertà di espressione contro le svariate TeleMeloni e la silenziosa dittatura degli algoritmi.
La contraddizione principale, per citare un antico e glorioso presidente, è l’ostinato desiderio della destra di fare tabula rasa. Il caso Ranucci viene dopo una lunga serie di misfatti contro il pluralismo e, se non si reagisce, diviene l’avvio di un’età di rinnovata feroce resa dei conti.
Ecco perché è necessario astrarsi dai giudizi del e sul caso singolo, per guardare alla luna e non al dito.
Se ci cimentiamo in un po’ di sano dietrismo, allora la scena si illumina. Se, infatti, dietro la sospensione di Ranucci ci sono le sussurrate motivazioni disciplinari (persino un discutibile rilievo in merito a una conversazione con un parlamentare che gode di peculiari prerogative), quanta parte della Rai dovrebbe essere passata ai raggi X? Non scherziamo, altro che sospensioni. Il sospetto viene dalla coincidenza temporale con la misura disciplinare e il dibattito al senato sulla nuova legge di riforma, dove i vertici secondo il testo della maggioranza durerebbero quattro e non tre anni. Se lo scalpo di Ranucci fosse il corrispettivo dovuto dall’odierno gruppo dirigente per essere confermato prima del voto politico, a scanso di equivoci?
A pensar male in questa stagione si indovina fin troppo facilmente.
Comunque, pure un elogio di Franti ci sta. Senza i Franti la storia sarebbe uniforme e noiosa.
Infine. Nessuno si permetta di toccare Report, un vero gioiello di famiglia. Sarà la prossima vittima? No, altrimenti la rivolta arriva sul serio.
(da Il Manifesto)
