Sconvolgente, sequenza dopo sequenza, testimonianza dopo testimonianza: questo è Naza, il docufilm di due giovanissimi cineasti israeliani che smonta le bugie di Netanyahu e del suo governo. E lo fa dall’interno, raccogliendo le dichiarazioni di 24 (ripeto, ventiquattro!) ex militari e agenti dei servizi che hanno il coraggio di fare un racconto completamente diverso da quello ufficiale. A partire dai ‘danni collaterali’ ai quali fa riferimento proprio Naza, acronimo delle parole che in ebraico hanno quel significato.
Pian piano il film dimostra che i missili, i droni, i bombardamenti quotidiani su Gaza, vengono direttamente indirizzati sulla popolazione civile con l’obiettivo dichiarato di colpire i militanti di hamas. Ma il rapporto è talmente sbilanciato che il film ti induce a pensare che la vera finalità di tanta devastazione sia lo sterminio della popolazione civile palestinese. Altro che ‘danni collaterali’.
Celati i volti e modificate le voci, i testimoni vengono raccolti sui tetti di alcuni alti edifici di Tel Aviv, città che conduce tranquillamente la sua vita di lavoro, sociale, familiare, mentre a soli 60 chilometri di distanza, sulla stessa costa mediterranea, Gaza è ormai un cumulo di macerie, tragico monito per chi volesse tornare indietro.
E tra quelle macerie continua la distruzione voluta da Israele grazie anche al capillare sistema di controllo delle comunicazioni, sempre più perfezionato e che oggi ha l’ambizione di essere efficace al 90%. Così è possibile intercettare la telefonata di una bambina, una dodicenne, che annuncia il rientro a casa del padre. Questo basta ai militari per decidere di bombardare quella casa con il sospetto che il padre sia un capo hamas. Donne, bambini, anziani sotto le macerie. Salva la vittima predestinata. La domanda immediatamente successiva è: un sistema così pervasivo, in grado di controllare la vita privata dei palestinesi, è davvero stato battuto nell’attacco 7 ottobre 2023 o, conosciuto l’intento, lo si è voluto deliberatamente ignorare per programmare la rappresaglia?
E come si può giustificare la dichiarazione del primo ministro che ordina di impedire la consegna ai palestinesi dei beni di prima necessità? E, cosa ancor più tremenda, quale disumanità può determinare l’ordine a un gruppo di cecchini di fare il tiro a segno sui palestinesi che, affamati e assetati, si spingono su un ponte per raggiungere una valletta in cui si trovano i viveri? Disumanità che arriva a tollerare la scelta di un gruppo di militari che assiste, senza intervenire, allo scempio di alcuni cadaveri da parte di cani affamati, come se stessero davanti ad un terribile videogioco. Papa Leone e la sua ‘Magnifica Humanitas, dove sono?
E dove sono i benpensanti che ipocritamente non vogliono parlare di genocidio, mentre lo affermano due degli intervistati, dall’interno del sistema militare israeliano. E i governanti italiani? Avranno la dignità di dare almeno uno sguardo a questo formidabile docufilm perché conoscano una verità diversa dalla propaganda israelita, senza per questo emettere sentenze di antisemitismo, anzi prendendo a prestito le parole di uno dei produttori del docufilm, James Wilson, che ha riaffermato la netta distinzione tra identità ebraica e le scelte del governo israeliano.
Infine: perché solo tre giorni di programmazione nelle sale italiane? Chi lo ha deciso? Perché tanta fretta di allontanarlo dalla legittima curiosità di tanti cittadini stanchi di sentire una sola campana, film che già solo ieri, al debutto, aveva conquistato il primo posto al boxe office.
La reazione di Netanyahu e dei suoi è stata violenta: hanno proposto la revoca della cittadinanza israeliana ai registi Yuval Abraham e Rachel Szor che così rischiano di essere condannati all’esilio.
