Si chiama revisionismo a bassa intensità, ma produce danni strutturali. È quel meccanismo amministrativo con cui le giunte di destra provano a risciacquare la storia del Novecento dentro la lavatrice del burocratismo toponomastico. L’ultimo episodio va in scena a Fano, dove il sindaco leghista Luca Serfilippi ha pensato bene di riesumare la figura di Giorgio Almirante per intitolargli una via o una piazza. Poi, di fronte al corto circuito politico e alla reazione della città, ha tirato fuori dal cilindro la solita scorciatoia propagandistica: il “Parco della Memoria condivisa”. Almirante da un lato, Enrico Berlinguer dall’altro. L’invenzione di un’equivalenza morale dove tutto si equivale e nulla pesa più.
È una truffa culturale prima ancora che politica. L’idea che la pacificazione democratica passi attraverso il livellamento delle storie e la cancellazione delle responsabilità è il manifesto concettuale di una destra che non ha mai fatto i conti con il proprio passato. Mettere sullo stesso piano Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante significa falsificare l’impianto concettuale della Repubblica. Berlinguer è stato un costruttore della democrazia costituzionale; Almirante è stato un funzionario servile della dittatura nazifascista.
I fatti non si negoziano in un vertice di maggioranza né si edulcorano con un comunicato stampa. La biografia di Almirante non parte dal MSI del dopoguerra, ma dalle pagine de La Difesa della Razza, di cui fu redattore capo ed esegeta del razzismo biologico di Stato. Prosegue con la Repubblica di Salò, da capo di gabinetto al ministero della Cultura Popolare di regime. E si consolida nella primavera del 1944, quando in Toscana firmò di suo pugno il bando di condanna alla fucilazione alla schiena per i giovani partigiani e per chiunque rifiutasse di arruolarsi con i nazisti e con le SS. Fatti documentati, accertati in sede giudiziaria e consacrati da sentenze della Cassazione.
Proporre la riabilitazione toponomastica di un fucilatore di patrioti nelle Marche — una terra devastata dalla ferocia dell’occupazione tedesca e fascista, che a Fano ha lasciato rovine, stragi di civili e persino il veleno chimico affondato di fronte alle sue coste — non è una svista. È un’operazione ideologica consapevole.
Ben vengano le mozioni blocco depositate dalle opposizioni in Consiglio comunale e la mobilitazione di ANPI e ANPPIA. Ma il tema va oltre le carte della Commissione Toponomastica. Chi giura sulla Costituzione ha il dovere di custodirne la matrice antifascista. Richiamare la verità storica non significa «covare odio», come ripete la retorica difensiva della destra di governo, significa difendere l’ordine costituzionale dalle manovre di chi cerca di far passare la complicità con il nazifascismo come un “dettaglio” trascurabile.

