Giornalismo sotto attacco in Italia

Un ricordo di Jurgen Habermas: il liberalismo pragmatico

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E’ scomparso Jurgen Habermas, ultimo epigono della Scuola di Francoforte: forse l’intellettuale europeo di maggior spicco della nostra generazione.

Non dispongo soggettivamente delle capacità intellettuali per cercare di entrare nel merito della complessità del suo lavoro filosofico e politico: basterà ricordare il suo impegno conclusivo nella promozione di un progetto federale europeo unico rimedio -a suo giudizio – dal risorgere dei nazionalismi.

Desidererei soltanto ricordare un suo saggio uscito nel 2014 dal titolo “Nella spirale tecnocratica” nel quale Habermas affrontava il tema tipicamente novecentesco del rapporto tra la solidarietà e i diritti intesi quale “pretesa giuridica” nell’ambito dello Stato Sociale.

Habermas sosteneva come fosse questione di “solidarietà” e non di “diritti” il livello di disuguaglianza tra i cittadini e, ancora, come non fosse lo Stato di diritto capace di frenare il numero crescente di giovani senza lavoro, di disoccupati, di sotto-occupati, di anziani con una pensione da fame, di mamme che allevano da sole i propri bambini e dipendono dalla pubblica assistenza.

Da questo quadro che appariva tratto dalla penna di Dickens eppure molto realistico rispetto all’attualità, Habermas traeva la conclusione che solo la politica di un legislatore che fosse sensibile alle pretese normative di una cittadinanza democratica potesse trasformare le richieste di solidarietà dei marginalizzati in veri e propri diritti sociali.

In un commento a questo lavoro ci era capitato di sostenere una tesi che potrebbe essere riproposta ancora adesso nonostante quanto nel frattempo sia cambiato nel contesto complessivo.

Un commento che partiva dal riconoscimento che nella conclusione di Habermas ci fosse del condivisibile a patto del mantenerci alla superficie della questione.

Appariva però già necessario, anche allora, andare al cuore della questione delle disuguaglianze facendo in modo che, anche all’interno di una riprogettazione dello Stato Sociale universalistico emergesse la questione dell’eguaglianza.

Solidificando la solidarietà in un “corpus” di diritti stabiliti e codificati dalla legge si correva e si corre, infatti, il rischio del riproporsi del principio di sussidiarietà verticale: lasciando cioè che determinati livelli di affrontamento dei bisogni diventi “affare privato” purché si rimanga all’interno di quanto stabilito dal dettato legislativo.

Se l’idea era quella di uscire dalla “spirale tecnocratica” il rischio era (e rimane) quello di rientrare dalla finestra della logica di privatizzazione nella capacità di affrontare il tema dei diritti lasciando così, di conseguenza, intatto proprio il livello codificato di disuguaglianza.

Non si trattava (e non si tratta) di un discorso complicato, anzi: il tema è quello “storico” del rapporto tra eguaglianza e diritti che può essere risolto soltanto modificando nel profondo la struttura dello Stato in tutte le sue articolazioni centrali e periferiche.

Non si poteva (e non si può) pensare ad una nuova dimensione della competitività quanto piuttosto da un’idea dell’eguaglianza sociale che rifiutasse quella semplicisticamente definibile dei “punti di partenza” affermando, invece, l’eguaglianza nei fatti e non nell’astratto con un’idea di redistribuzione delle risorse governata da strutture pubbliche inserite in un contesto concreto di “democrazia politica”.

Un tema che ci permettiamo di giudicare decisivo nella costruzione di una idea alternativa alla crisi profonda delle democrazie liberali e della crescita di tensioni belliciste e autocratiche che automaticamente confluirebbero nell’idea di costruire nuovi e profondi fossati sociali.

L’eguaglianza dovrebbe ricercarsi nella profondità del profilo etico dell’azione politica e dei fondamenti dell’identità dell’agire da parte del “pubblico”.

Nel suo essere legato ad un liberalismo pragmatico forse Habermas non era arrivato al punto:  la condizione reale nella quale si trovavano (e si trovano) le grandi masse rispetto alla possibilità e capacità d’espressione delle proprie istanze di fondo, dell’apertura di un processo rivendicativo e di proposta politica.


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