È stata la fondatrice di Owfi — Organization of Women’s Freedom in Iraq. Il suo assassinio, avvenuto il 2 marzo 2026, ha aperto una frattura profonda nella società irachena: rappresenta la soppressione violenta di una delle voci più autorevoli e scomode del femminismo arabo contemporaneo.
«Dobbiamo salvare le bambine dall’analfabetismo e dai matrimoni precoci. L’istruzione e la formazione sono le uniche chiavi contro la privazione dei diritti delle bambine di oggi e delle donne di domani.»
L’assassinio di Yanar Mohammed, avvenuto il 2 marzo 2026 davanti alla sua casa a Baghdad, ha aperto una frattura profonda nella società irachena. Non è solo la morte di una donna: è la soppressione violenta di una delle voci più autorevoli e scomode del femminismo arabo contemporaneo, una figura che per oltre vent’anni ha incarnato la possibilità di un Iraq diverso, più giusto, più libero, più umano. Ha protetto le persone dove c’era pericolo, ha creato piattaforme in cui le donne potevano parlare e ha insistito sul fatto che tutti meritano pieni diritti, a partire dalle donne.
La sua uccisione — due uomini su una motocicletta che aprono il fuoco mentre rientra a casa, come confermato da IraqiNews e Front Line Defenders — è stata definita da Owfi, l’organizzazione che lei stessa aveva fondato, un “crimine terroristico codardo”. E la reazione immediata di collettivi femministi, giornaliste e attiviste irachene mostra quanto profondo sia il vuoto che lascia.
Una vita controcorrente in un Paese complesso
Nata a Baghdad nel 1960, cresciuta in una famiglia laica e istruita, Yanar Mohammed aveva compreso fin da giovanissima la violenza strutturale che permeava la vita delle donne irachene. Studia Architettura all’Università di Baghdad, dove si laurea nel 1984 e completa un master nel 1993, prima di trasferirsi in Canada negli anni Novanta. Il suo attivismo ha preso forma già nel 1998, quando fondò Defence of Iraqi Women’s Rights, nucleo originario di quella che sarebbe diventata l’Organisation of Women’s Freedom in Iraq — Owfi.
«Sono tornata perché le donne irachene avevano bisogno di protezione e nessun altro avrebbe potuto garantirla per loro.»
Così disse al suo ritorno in Iraq nel 2003, dopo la caduta di Saddam Hussein, in un Paese devastato dalla guerra, dove la violenza di genere non veniva denunciata e non entrava nel dibattito pubblico e bisognava lottare contro un retaggio maschilista, tribale e paternalista.
«La violenza sessuale nei conflitti è ancora raramente perseguita e nei processi di pace le donne vengono sempre marginalizzate. Solo le parti in guerra partecipano ai colloqui di pace, e di solito non includono donne.»
Un femminicidio politico in un Paese dove le attiviste pagano con la vita
La dinamica dell’attacco è stata confermata dal sito di informazione The New Arab: un omicidio mirato, senza rivendicazioni, avvenuto pochi giorni dopo il suo rientro dal Canada, ricordando che Yanar aveva ricevuto minacce di morte a partire dal 2004. Owfi ha parlato di “un colpo devastante per il movimento femminista iracheno”, promettendo che “le case rifugio resteranno aperte. La sua lotta continuerà”.
Le reazioni dei collettivi femministi iracheni sono state immediate e durissime. Il gruppo Nisà al‑Iraq al‑Jadid (Le donne del nuovo Iraq) l’ha definita “la voce più coraggiosa contro la violenza patriarcale”. Le attiviste di Bassora hanno ricordato che il suo assassinio si inserisce in una lunga scia di omicidi politici di donne, come Suad al‑Ali e Riham Yacoub. Le reti femministe curde hanno parlato di “una perdita per tutte le donne dell’Iraq, non solo per Baghdad”. Giornaliste irachene come Hanaa Edwar hanno denunciato “un attacco contro ogni donna che lotta per vivere libera”, mentre testate indipendenti come al‑Mada e al‑Alam al‑Jadid hanno sottolineato “la normalizzazione della violenza contro le donne impegnate in politica e in ambito sociale”.
Il femminismo iracheno, una storia di resistenza
Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’Iraq aveva una delle legislazioni più avanzate della regione in materia di diritti delle donne. L’istruzione femminile era diffusa, la partecipazione politica crescente, il lavoro femminile, che aveva radici profonde, era in espansione, nonostante una dominante cultura patriarcale che limitava alcuni diritti come la prevenzione delle nascite o l’affidamento dei figli in caso di divorzio e vedovanza.
Poi sono arrivati decenni di guerra, prima con l’Iran, poi la prima e la seconda invasione anglo-americana, l’embargo, l’ascesa delle milizie, la settarizzazione dello Stato, l’Isis e l’integralismo, la crisi economica permanente. Tutte condizioni che hanno penalizzato i civili, in particolare le donne, diventate ancora più vulnerabili a causa della povertà e della mancanza di sicurezza.
La crisi economica irachena ha un impatto devastante proprio sulle donne. Il tasso di disoccupazione femminile è tra i più alti della regione, la partecipazione al mercato del lavoro resta sotto il 15% e molte donne sono costrette a lavori informali e non protetti. La povertà costringe migliaia di famiglie a spingere le proprie figlie, spesso anche minorenni, verso matrimoni precoci o forzati: su questo la lotta di Yanar Mohammed era particolarmente focalizzata. Nell’attuale contesto iracheno, i rifugi di Owfi e di altre Ong sono spesso l’unica alternativa alla violenza o alla strada.
Eppure, nonostante tutto, il movimento femminista iracheno è vivo. Secondo gli studi della missione United Nations Assistance Mission for Iraq — Unami del 2023–2024, nel Paese operano oltre 300 organizzazioni e gruppi femminili, tra Ong registrate, collettivi informali e reti locali. Molte sono attive nella protezione delle donne da violenza domestica, nel supporto psicologico e legale, nella documentazione dei crimini dell’Isis, nell’advocacy politica e nell’empowerment economico. Owfi è la più strutturata, ma non è sola. Esistono reti femministe arabe, curde, collettivi giovanili, gruppi di autodifesa digitale, associazioni yazide impegnate nella ricostruzione post-genocidio.
Di fronte a tante sfide, quello iracheno si è distinto per essere un femminismo che non ha il privilegio della teoria: è un femminismo di sopravvivenza, di protezione, di resistenza quotidiana. Grazie all’impegno di donne come Yanar Mohammed, la Costituzione irachena del 2005 ha introdotto una quota minima del 25% di donne in Parlamento. I dati più recenti mostrano che nel 2021 le donne elette sono state il 29% del totale, un record storico, sopra la media araba del 16,6% — anche se poche ricoprono ruoli decisionali e nessuna ha mai occupato una delle quattro cariche più alte dello Stato.
L’eredità morale e il cordoglio
Yanar Mohammed lascia un’eredità immensa: le vite salvate, le case rifugio, le leggi contestate, le ingiustizie denunciate, le donne formate, le battaglie aperte. La sua voce continuerà a risuonare nelle strade, nei rifugi, nelle aule parlamentari, nei tribunali, nelle case dove una donna trova finalmente la forza di dire no.
«La defunta era nota per il suo incrollabile sostegno alle donne vittime di abusi ed emarginazioni e per il suo coraggio nel chiedere giustizia. La sua presenza è stata fonte di ispirazione per molti e il suo lavoro ha lasciato un segno profondo nei movimenti femministi e della società civile nella regione. Sottolineiamo l’urgente necessità di un’indagine trasparente e approfondita per scoprire le circostanze di questo crimine e garantire che i responsabili, chiunque essi siano, siano ritenuti responsabili. Ciò è essenziale per sostenere il principio di non impunità e proteggere i difensori dei diritti umani da qualsiasi forma di persecuzione.»
— Women for Development Now, Ong siriana fondata da Samar Yazbek
«Siamo devastati dalla sua perdita e ci uniamo al dolore di tutte le persone che le amavano e le cui vite ha cambiato. Per anni, Yanar ha vissuto sotto costante minaccia, mentre le forze fondamentaliste e anti-diritti cercavano di reprimere il suo attivismo per i diritti umani e la democrazia. Come fondatrice dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq (Owfi), ha costruito una solida infrastruttura femminista per sostenere donne e ragazze che affrontano violenza, sfollamenti e repressione sistemica, e per gettare le basi per un futuro migliore. Ha fornito cibo e riparo alle sopravvissute alla violenza e ha chiesto la fine della guerra e della militarizzazione. Mentre siamo in lutto, onoriamo una vita meravigliosa che ha promosso la giustizia — con gioia, determinazione, amore e coraggio.»
(Publicato su Vita)
