Non sappiamo fin dove possa spingersi la furia di Trump e Netanyahu, anche se del primo ne conosciamo l’imprevedibilità (dopo lo sconvolgente attacco di sabato scorso, è arrivato persino a ipotizzare un ingresso di truppe di terra in Iran) e il secondo lo abbiamo ampiamente visto all’opera a Gaza e in Cisgiordania.
Il problema è l’Europa. Tralasciamo, per una volta, il governo italiano: non ha senso perdere tempo con le urla di Tajani in commissione al Senato né con la figura rimediata da Crosetto a Dubai. Concentriamoci, piuttosto, su un continente nel quale la Francia parla apertamente di realizzare nuove bombe atomiche ed estendere l’ombrello nucleare, Germania e Gran Bretagna paiono desiderose di menar le mani dopo un lungo periodo d’astinenza, di compattezza e unità d’intenti neanche a parlarne e gli statisti latitano.
Occhio, perché l’Iran non è il Venezuela e il defunto Khamenei non è Maduro. Piaccia o non piaccia, stiano parlando di uno dei paesi più armati al mondo e con una popolazione di circa novanta milioni di abitanti, addirittura con ambizioni nucleari e un ruolo di primo piano nello scacchiere mediorientale. Quanto all’ex Guida Suprema, ne abbiamo denunciato per anni i crimini, la ferocia, l’arretratezza, la repressione selvaggia nei confronti del suo popolo, ci siamo schierati dalla parte del movimento Donna, Vita, Libertà, abbiamo scritto decine di articoli in ricordo di Mahsa Amini e delle altre vittime della sua furia oscurantista, insomma siamo tra coloro che non hanno mai nascosto il desiderio di vederlo deposto, eppure non siamo per nulla soddisfatti della sua uccisione. Quest’idea, di chiara matrice coloniale, secondo cui gli Stati Uniti, con Israele al seguito, devono andare a deporre i despoti altrui, guarda caso sempre quando si tratta di personaggi ideologicamente opposti ai loro dogmi e alla guida di stati adagiati su mostruosi giacimenti petroliferi, la consideriamo infatti lesiva del diritto internazionale e oltretutto stupida, dato che ne abbiamo già sperimentato le conseguenze in Afghanistan, in Iraq e nelle innumerevoli guerre che, nel corso dei decenni, hanno sparso sangue in giro per il globo senza far compiere all’umanità un solo passo avanti. E allora domandiamoci: a cosa porterà questo nuovo conflitto?
Siamo proprio sicuri che al posto di Khamenei verrà un personaggio più progressista e aperto all’Occidente e non un tiranno ancora più feroce del predecessore e magari pronto a scatenare una guerra mondiale pur di dotarsi dell’arma nucleare e poterla brandire in faccia a Israele? Siamo sicuri che Netanyahu possa reggere altri fronti aperti dopo aver appiccato fuochi dappertutto e trasformato la polveriera mediorientale in un inferno? E noi, intendo noi Unione Europea, ci siamo preoccupati di cosa ne sarà delle nostre mamlandate democrazie con le borse a picco, l’economia che ristagna, il prezzo del gas e del petrolio alle stelle, le industrie ferme, lo Stretto di Hormuz chiuso per rappresaglia, la recessione che ormai è una realtà e il salvagente del PNRR prossimo a svanire? Non ci sono ancora bastati i Farage, gli Asbascal, gli Orbán, i vari protagonisti di Alternative für Deautschland e tutti gli altri sovranisti di questa sorta di Internazionale nera che rischiano di far saltare l’intera costruzione nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale? Possibile che Macron non si renda conto di star regalando la Francia a Bardella e, di conseguenza, di star condannando il Vecchio Continente alla disgregazione? Mai come ora, sembriamo “i sonnambuli” descritti da Hermann Broch, ossia gli europei (e i tedeschi, nel caso specifico) che, alla vigilia dello sparo di Sarajevo, continuavano a condurre le proprie vite come se niente fosse, salvo poi trovarsi al cospetto della dissoluzione degli antichi imperi e nel bel mezzo di un carneficina che, oltre a porre fine al dominio globale dell’Europa, favorì l’avanzata dei totalitarismi che hanno condotto l’umanità ad Auschwitz e fra le nevi e i ghiacci della ritirata di Russia, entrambi ben descritti da una vasta letteratura.
Spiace dirlo, ma non è di Trump e Netanyahu che dobbiamo preoccuparci, in quanto li conosciamo bene e sappiamo che non è possibile alcun dialogo con personaggi del genere, bensì della nostra già menzionata mancanza di statiste e statisti.
Quanto a me, senza vanagloria, ho intervistato abbastanza esponenti dell’Iran contestatore per poter affermare, senza timore di smentita, che si tratti di un popolo orgoglioso e appassionato come pochi, per nulla incline a far decidere le proprie sorti ad altri e, tanto meno, agli Stati Uniti, invisi forse più agli oppositori del regime che ai suoi sostenitori. Già all’inizio del secolo abbiamo dovuto fare i conti con gli esportatori di democrazia, i cui unici risultati sono stati un bagno di sangue senza precedenti, il ritorno del terrorismo in Europa, e sia pur in misura minore anche negli Stati Uniti, e, vent’anni dopo, l’ignominiosa fuga da Kabul delle truppe statunitensi, mentre la gente si aggrappava disperatamente persino alle ali degli aerei in volo pur di provare a fuggire da un paese che i talebani, tornati di nuovo al potere, in pochi anni hanno riportato all’età della pietra. Come asseriva Gramsci: “La storia insegna ma non ha scolari”.
