Giornalismo sotto attacco in Italia

Niscemi: oltre il disastro

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La frana di Niscemi è un complesso fenomeno franoso determinato dallo scorrimento profondo di masse terrose il cui arresto, secondo gli esperti non è pienamente possibile, come attestato dai rilievi e dalle analisi geologiche dell’Università di Firenze. Gli interventi che per ora sono stati proposti di cosiddetta “mitigazione del danno” (cioè, interventi che non risolvono il problema ma lo rallentano rendendolo meno “doloroso”, come nel caso di cure demolitive e palliative nei tumori terminali), si concentrano sulla gestione delle acque, incluse la riorganizzazione delle reti fognarie, degli acquedotti, la creazione di drenaggi profondi, di pozzi e la riprofilatura del terreno. Ma la frana, attuate diligentemente tali opere (ammesso che lo siano), non si fermerà e seppur lentamente continuerà inesorabilmente a venire giù.

Tuttavia, a questo punto Niscemi non costituisce solo un evento su cui intervenire, ma un verdetto: il fallimento di un sistema che per anni ha scambiato la gestione dell’emergenza con la prevenzione. Questo ampio versante, con un fronte di 4 chilometri e uno scivolamento profondo tra sabbie e argille, già trent’anni fa richiedeva interventi massicci. Trent’anni fa! E gli 11,3 milioni di euro stanziati sono rimasti sepolti per decenni tra carte bollate e rimpalli burocratici. Niscemi dimostra che la geologia non attende i tempi della politica: mentre i decreti restano nei cassetti, il fango avanza. In situazioni come quella di Niscemi (e in genere per tutto ciò che riguarda le opere pubbliche), senza una nuova legge che imponga tempi certi, procedure chiare e l’obbligo di soluzioni certificate, ogni futuro stanziamento sarà solo un nuovo spreco di denaro pubblico e l’occasione per i politici di rimpallarsi sterilmente le responsabilità.

In Italia, tuttavia, esistono diversi esempi di interventi di successo su frane complesse come questa, anche se per casi simili si parla spesso di mitigazione del rischio, come abbiamo visto, piuttosto che di “blocco” totale. Una delle frane più grandi d’Europa, dove è stato applicato un modello geotecnico 3D avanzato per progettare interventi di consolidamento mirati, integrando monitoraggio satellitare e opere strutturali si è avuto a Ca’ Lita in provincia di Reggio Emilia. Vi sono altri casi di successo in giro per l’Italia. Questi casi, in genere costituiscono degli esempi da tenere presenti nella progettazione di nuovi interventi, ma non esiste alcuna norma che imponga di farlo. In termine tecnico essi sono una “Best Practice (cioè, letteralmente una pratica esemplare, o modello di eccellenza)”, termine che sta a significare un intervento che, a confronto con tutti gli altri messi in atto per affrontare e risolvere al meglio lo stesso problema, ha dimostrato la sua indiscussa efficacia.

Per una Best Practice, tuttavia non s’intende una ricetta fissa o un modulo “copia-incolla”, ma l’integrazione della migliore conoscenza scientifica e tecnologica disponibile in un dato momento storico. Essa costituisce certamente lo standard di eccellenza che ha dimostrato, dati alla mano, la maggiore efficacia in contesti simili, ma pur se dovrebbe essere tenuta ad esempio, non deve diventare un limite: essa rappresenta il pavimento, ovvero il minimo accettabile sotto il quale non è permesso scendere, non il soffitto. Ogni Best Practice di successo del nostro presente è stata, un tempo, una sperimentazione coraggiosa intrapresa da chi ha rischiato di fallire per portare la tecnologia a un livello di eccellenza superiore: pertanto prendere a modello una Best Practice da un ipotetico Catalogo (oggi inesistente) non dovrebbe significare seguire pedissequamente un “ipse dixit” di aristoteliana memoria, ma un’adozione con “beneficio d’inventario”.

Oggi, invece nelle opere pubbliche domina un conservatorismo progettuale paralizzante. Molti uffici tecnici, ad esempio in casi come le frane, replicano soluzioni standard (muri, gabbioni, piccoli pali) che sono inefficaci contro dissesti complessi come quello di Niscemi. Una eventuale legge che riformi il Codice degli Appalti dovrebbe imporre l’Inversione dell’Onere della Prova: il progettista dovrebbe essere tenuto ad adottare la Best Practice applicabile al caso specifico contenuta in un Catalogo (tutto da fare, a parte le normative ISO, possibilmente internazionale che sia aggiornato ogni anno incorporando i successi delle nuove tecnologie e declassando le tecniche che si rivelano obsolete o inefficaci), a meno che non proponga una soluzione migliorativa. In quel caso, dovrebbe dimostrare tramite modellazione predittiva avanzata che la nuova tecnica supererà le performance di quella esistente. Solo così la Best Practice smetterebbe di essere un dogma burocratico e diventerebbe il motore di una competizione verso l’alto, trasformando ogni cantiere in un potenziale avanzamento della conoscenza.

Ma non basta. La sicurezza non è compatibile con il risparmio selvaggio e la frammentazione delle responsabilità: per le opere pubbliche l’aggiudicazione non dovrebbe basarsi sul “Massimo Ribasso” come oggi, ma esclusivamente sull’”Offerta Economicamente Più Vantaggiosa”, dove la componente tecnica (innovazione, durabilità, monitoraggio) pesi per almeno l’80%. Chi offre soluzioni a costi inferiori non è un risparmiatore, è un pericolo pubblico. Inoltre gare aggiudicate sul risparmio sono soggette più facilmente a interruzione dei lavori e lungaggini per antieconomicità dell’opera per l’imprenditore.

Inoltre, chi vince l’appalto dovrebbe possedere internamente le competenze, i mezzi e il personale per realizzare l’opera. Il subappalto nelle opere pubbliche diluisce la responsabilità e abbassa la qualità. Solo imprese altamente specializzate e certificate dovrebbero poter operare su versanti critici. Se l’impresa non è in grado di eseguire l’opera integralmente, non dovrebbe poter partecipare alla gara.

Affinché una riforma di questo genere sopravviva ai cicli elettorali, servirebbe tuttavia una nuova classe dirigente tecnica: in Italia manca a livello accademico una Cattedra Universitaria sulla “Gestione delle Best Practice e l’Innovazione Tecnologica” capace anche di monitorare e misurare anche i ritorni qualitativi e di soddisfazione dell’utenza. Questa cattedra dovrebbe agire come ente terzo: ogni progetto sopra una certa soglia di rischio dovrebbe ricevere il “visto di conformità alle Best Practice” o alla “Sperimentazione Protetta” da una o più Università a seconda dell’entità dell’opera. Infine, lo Stato dovrebbe tutelare il progettista che propone soluzioni d’avanguardia validate dall’accademia, creando uno “scudo scientifico” che permetta di osare oltre il già visto, eliminando la “paura della firma” che oggi genera solo progetti mediocri.

Ma i politici attuali sarebbero in grado di portare avanti una riforma del genere? Ad esempio (non esaustivo) figure nazionali di destra e di sinistra come Meloni, Salvini, Schlein e Conte, o locali come Gualtieri e Marsilio — pur essendo rinomati professionisti della politica o stimati accademici — mancano della competenza operativa di cantiere.

Chi ha vissuto di soli decreti, di medie ponderate o di consenso elettorale può non avere il “senso fisico” del rischio e in particolare del rischio d’impresa: può non sapere che una frana è indifferente alle mediazioni politiche, ai discorsi elettorali o ai tweet di marketing politico. La politica italiana, dominata nel migliore dei casi da giuristi e comunicatori (nei peggiori da gente che ha solo sgomitato all’interno di un partito e che non ha mai veramente lavorato da dipendente di un’impresa produttiva), tutte persone rispettabilissime che tuttavia difficilmente hanno prestato servizio in aziende multinazionali dove si deve dimostrare di saper far succedere le cose piuttosto che enunciarle, dove si deve sapere come scrivere un “Diagramma di Gantt” piuttosto che un discorso parlamentare, tende a fidarsi di chi mostra di saperne più di loro, tende al compromesso che favorisce le lobby delle imprese generaliste.

Una vera riforma che risolva il problema di viadotti che vengono giù per errata progettazione e manutenzione oltre la cosiddetta “vita utile dell’opera”, o di sottopassi che diventano trappole alla prima inondazione, o che spenda immediatamente i capitali stanziati senza aspettare decenni come è necessario a Niscemi, richiede un’intransigenza tecnica “verticale” che solo chi ha affrontato la materia fisica sul campo può imporre. È tempo che la scienza delle costruzioni e la geologia guidino la mano del legislatore, ponendo fine all’era delle leggi che consentono interventi “toppa” resi necessari dal ritardo e dall’incompetenza.


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