Occupandosi del Festival di Sanremo edizione 76, Vincenzo Vita annotava in un pezzo scritto qualche giorno fa per il nostro sito, ‘sintomi considerati irreversibili’ di un arretramento culturale preoccupante. E non aveva azzardato previsioni su una conclusione che poi ha confermato quanto aveva percepito cogliendo solo dei ‘sintomi’.
A partire dal testo della canzone vincitrice che, oggi inserito in uno spartito musicale di notevole ritmo, decenni fa avrebbe, con diversa melodia, dominato anche nelle prime edizioni della più importante rassegna canora italiana. Soprattutto quando afferma ‘Con la mano sul petto/io te lo prometto/ davanti a Dio/saremo io e te/da qui sarà per sempre così’.
A completare il quadro di una situazione definita, con precisione da Vita, ‘fenomeno di deculturizzazione della società con la dittatura del consumo effimero e velocissimo dei social’, le altre due canzoni salite sul podio della manifestazione: “Tu mi piaci tanto” del cantante mammone Safy, e “Che fastidio” della conturbante Ditonellapiaga.
Alle loro spalle due brani più complessi, come quelli interpretati da Arisa (quarta) e Masini&Fedez, quinti, entrambi più vicini alla tradizione musicale di Sanremo. Ma non ha pagato un alto prezzo solo la tradizione. Maltrattato anche il coraggio di chi anche a Sanremo non dimentica che il mondo, fuori, è ben altra cosa. Come nel caso di Ermal Meta che con la sua ‘Stella Stellina’ ha emozionato e commosso ricordando quanti bambini stanno morendo sotto le bombe ma è finito i classifica all’ottavo posto, ben lontano dai primi.
La domanda che è lecito porsi è questa: il festival ha o non ha il diritto-dovere di scegliere secondo propri criteri o deve per forza sottostare allo strapotere delle case discografiche e dei social? E inoltre. È diventata obbligatoria la banalizzazione dell’intrattenimento rinunciando a testi poetici, a racconti di qualità, come avveniva fino a pochi anni fa, per privilegiare comici che, forse per paura, adeguamento ai tempi o incapacità, non riescono neppure a far ridere?
La direzione artistica quali criteri usa nella scelta e che competenze effettive ha? Una cosa è essere bravi conduttori, anche essendo stati abili dj alle consolles, altra cosa è scegliere e proporre buona musica e testi importanti. Perché non ricordare ‘Si può dare di più’, o ‘Ti regalerò una rosa’, o anche ‘Vorrei incontrarti fra cent’anni’. Possibile che quella stagione sia tramontata per sempre? Oppure ha ancora una volta ragione Vincenzo Vita quando scrive: “A discolpa sta il progressivo abbassamento della qualità culturale di un Paese ipnotizzato da una destra priva di contro-narrazione rispetto agli stili consolidati della migliore medietà italiana”?
