Molte persone in Iran hanno espresso gioia per l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei. Sono solidale coi loro sentimenti e con quelli di un numero probabilmente assai maggiore di persone che, quella gioia, se la stanno tenendo dentro temendo di subire ancora una volta le conseguenze mortali derivanti dal manifestarla pubblicamente.
Sebbene anche l’apparato che ha diretto la repressione per 47 anni, alternandone i vertici ma sempre protetto dall’impunità, sia stato ampiamente ridimensionato dagli attacchi israelo-statunitensi, nondimeno quel blocco di potere militare economico e giudiziario è ancora in grado di fare male alla popolazione. Più volte ha dimostrato a che livello di spietatezza sia stato disposto ad arrivare per tenere sotto controllo ogni forma di dissenso: da ultimo, a gennaio, nel più grande massacro di manifestanti di questo secolo.
Lo sappiamo bene: ogni volta che le autorità iraniane si sentono minacciate dall’interno o dall’esterno, reagiscono aprendo la caccia ai “collusi”, alle “spie”, ai “collaborazionisti”, alle “quinte colonne del nemico”. Lo hanno fatto anche un anno fa, dopo la “guerra dei 12 giorni” con lsraele di giugno, con un’impennata degli arresti e delle impiccagioni. Le carceri sono stracolme di dissidenti. Il nastro trasportatore della morte gira forsennatamente: secondo le organizzazioni iraniane per i diritti umani, dal gennaio 2025 al febbraio 2026 sono state eseguite 2500 condanne a morte.
Ciò detto, se il diritto internazionale vale ancora del tutto e non “fino a un certo punto”, occorre dire che l’azione israelo-statunitense è contraria alla Carta delle Nazioni Unite. Purtroppo, il diritto internazionale è talmente sotto tiro che è sufficiente porsi la domanda se gli attacchi contro l’Iran siano efficaci o meno rispetto all’obiettivo (neutralizzare la minacciosità esterna: le sorti della popolazione iraniana non interessano, se non come giustificazione “etica”) che la vera domanda (è un’azione legale o illegale?) viene superata.
Siamo arrivati al punto da considerare le vittime civili in Iran (tra le quali 150 alunne e alunni) e altrove, soprattutto in Israele, come collaterali e inevitabili rispetto a un obiettivo più grande: ridisegnare la mappa dell’Asia sudoccidentale. Chi in questi giorni dice che il fine giustifica i mezzi (e le perdite umane…) non ponendoci altra alternativa se non la guerra, è esattamente chi ha contribuito a demolire ogni soluzione alternativa basata sul rispetto delle regole.
Un’ulteriore considerazione: se sono vere tra conferme e smentite le notizie che arrivano da lì, ossia sull’armare i curdi, c’è ancora qualcuno di loro disposto a credere che l’Occidente sia dalla sua parte? Non è ancora sufficiente ricordare come sono andati a finire l’invito alla sollevazione in Iraq all’inizio degli anni Novanta o la richiesta di sconfiggere per nostro conto lo Stato islamico in Siria?
Dove porterà tutto questo, non possiamo saperlo. Ogni riflessione è superata da quanto accade appena un attimo prima di averla scritta o pronunciata. L’unica cosa certa è che in questo ciclo terribile, l’espressione “diritti umani” è stata sostituita dal “diritto del più forte”.
