Il tema della riforma dei criteri di nomina dei vertici della Rai sembrava finalmente all’ordine del giorno dell’aula del Senato, dopo una lunga e inutile permanenza nella competente Commissione, dove furono depositate la proposta del governo e le varie scritte dalle opposizioni.
In verità, al testo unificato della maggioranza si erano contrapposti diversi emendamenti unitari del campo progressista. Inerzia e rinvii permanenti potevano trovare finalmente un punto di svolta in una aperta discussione nell’Aula, dove si arrivasse a comprendere intenzioni e ipotesi strategiche. Se è vero che la questione del servizio pubblico ha ora, nell’età dell’innovazione tecnologica e delle intelligenze artificiali, un valore più importante di quello che le fu assegnato nella lunga stagione analogica. Allora la finitezza delle vecchie frequenze e la tutela del pluralismo nonché la necessità di contrapporsi alle concentrazioni private costituivano l’impalcatura politico-giuridica che conteneva lo spirito dell’azienda pubblica.
Al di là delle degenerazioni e di svariati limiti che ne hanno segnato il percorso, l’apparato è sopravvissuto a numerose scosse e pur con molte ammaccature è in grado ancora di destreggiarsi, per una forza inerziale che deriva da un’antica scuola piuttosto che dalle qualità dell’odierna dirigenza di ispirazione governativa.
Il quadro delle certezze si è rotto ed è urgente riscrivere orizzonti e visioni. Se il servizio pubblico non acquisisce un ruolo di fornitore e di validazione dei contenuti nell’universo artificiale, specializzando la società delle torri trasmissive Rai Way in un evoluto Data Center, collegato a soggetti specializzati pubblici, e se non rinnova profondamente l’offerta coinvolgendo generazioni creative nuove, il pericolo è che la parabola divenga inesorabilmente calante. Sanremo è santo una volta all’anno.
Perché un simile sgradevole rinvio? Si è letto di un diverbio tra il ministro dell’Economia Giorgetti, che critica il testo della (sua) maggioranza in quanto troppo parlamentare e poco governativo, e il solito Gasparri. Quest’ultimo difende l’articolato di cui è un ispiratore sottolineando che se non è zuppa è pan bagnato: dopo tre voti qualificati per i componenti del consiglio di amministrazione si decide a maggioranza semplice. Così il governo rientra dalla finestra vestito con i colori dell’esecutivo.
Tuttavia, c’è un convitato di pietra: l’articolo 5 dell’European Media Freedom Act (Emfa) è in vigore dallo scorso 8 agosto e dà due schiaffi al testo di Gasparri e colleghi, e quattro alle invocazioni del ministro delle Finanze. Il corpo emendativo delle opposizioni cerca di applicare il dettato europeo e, non per caso, è fermo al palo.
Nel frattempo, un ulteriore Rapporto giunge dalla Piattaforma (europea) per promuovere la tutela del giornalismo e la sicurezza dei giornalisti, presentato ieri e commentato dal presidente della Federazione nazionale della stampa Vittorio Di Trapani. L’Italia è all’indice, per i rischi che corrono i cronisti, il ricorso allo spionaggio attraverso Graphite di Paragon, il precariato diffuso e le interferenze politiche sul servizio pubblico. Sono note dolenti già lette in precedenti documenti, a partire da quello sullo Stato di diritto del 2025 e segnalate dal 49° posto in discesa assegnato all’Italia nella classifica sulla libertà di informazione.
Furono inviati esposti a Bruxelles da associazioni come Art.5 e Articolo21. Parrebbe giacere, poi, in qualche stanza del ministero delle Imprese e del Made in Italy (Urso, se ci sei, batti un colpo) una lettera sulla non applicazione dell’Emfa proveniente da Bruxelles. Insomma, la riforma è ferma, la Commissione parlamentare di vigilanza bloccata dall’ostruzionismo della maggioranza, il consiglio di amministrazione con un presidente pro-tempore. Nel frattempo, le Big Tech si mangiano il resto, essendo alla guida della carrozza di testa trumpiana.
E a sinistra si ode qualche squillo di tromba? C’è materia per una vera e propria rivolta, con gesti simbolici pacifici ma asperrimi. Solo la lotta e il conflitto pagano.
(Da Il Manifesto)
