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La grazia, l’ironia, il fatalismo, la volontà: Tienimi presente è un esordio da tenere presente. Intervista ad Alberto Palmiero

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Tienimi presente è un esordio alla regia e alla recitazione di un ventottenne che ha studiato, ha ascoltato e ha imparato ad avere un proprio punto di vista sulla realtà, contraddittoria e discontinua per tutti. Sarà facile il richiamo ai primi film di registi storici quali Nanni Moretti o Massimo Troisi. Ma è una facciata di struttura narrativa, una prima occhiata emotiva, comune a coloro che devono mettere ordine nei cassetti della mente, per rapidità, per comodità, per mancanza di tempo. E invece, tempo è la parola chiave per godere di questo piccolo film indipendente, che ha avuto una gestazione lunga, un ritmo di realizzazione lento, durante il quale Alberto Palmiero, sostenuto e prodotto da Gianluca Arcopinto, Simone Gattoni e Marco Bellocchio, ha avuto il privilegio di sbagliare, correggere, aggiustare la propria visione di sé e del mondo nel quale vive, lui con la sua generazione, a contatto con un presente faticoso e un futuro pieno di ansie che preannunciano sconfitte e frustrazioni, tra quella Roma che ingoia centinaia persone senza mai accoglierle, e una provincia del sud Italia circondata da un bellissimo mare, ma squallida, marginale, dalla quale si scappa, o si sopravvive. Tienimi presente è un film pieno di grazia, di trovate che, se guardate senza fare inutili paragoni, possono restare nell’immaginario collettivo, così come è avvenuto per i due giganti italiani sopra citati. Palmiero è figlio del suo tempo, You Tube è stato il suo approccio con l’audiovisivo, come per tutta la sua generazione. E come i suoi coetanei è consapevole, ma senza sovrastrutture ideologiche presuntuose e fuori posto, è leggero, incastrato in ansie e insicurezze, sa quello che vuole dire e lo dice con immediata chiarezza, senza prepotenza, in maniera del tutto disinteressata (e fare le cose per un piacere senza secondi fini è una rarità assoluta). Notevole, è l’insolita saggezza del film, poggiata saldamente su un senso tragicomico che non vuole urlare. Palmiero stupisce esattamente perché non vuole stupire nessuno, cerca la tranquillità e la gentilezza, laddove la vita è invece pesantissima. Il giovane regista sottrae; cerca di mettere in ordine pensieri confusi (speriamo resti memorabile l’inizio della canzone che, nel film, scrive con un amico musicista: “Ho messo a posto casa mia, forse vado in terapia”); porta sullo schermo genitori, fidanzata, amici, passanti di provincia, con un tono documentaristico, con una capacità affabulatoria sincera e preziosa per chi ventott’anni non li ha più, così come per chi a quell’età riconosce tutta la voragine di una vita piena di squilibrio eppure dolce, nonostante tutto. Perché alla fine, c’è sempre il fato (quella “parola che è stata annunciata e così sarà”): antico quanto Omero, ci ricorda che esiste la consapevolezza saggia della tragedia greca, quel “senso ottuso” della vita che, per quanto lo si voglia contrastare, prenderà le proprie decisioni, con o senza di noi.

Tienimi presente, opera prima di Alberto Palmiero, Miglior Esordio alla Festa del Cinema di Roma 2025, dove ha vinto il Premio Miglior Opera Prima Poste Italiane, è in sala dal 26febbraio, distribuito da Fandango. Il film, di cui Palmiero è anche protagonista, è una produzione Kavac Film in collaborazione con Rai Cinema, prodotto da Simone Gattoni, Marco Bellocchio e Gianluca Arcopinto

Da dove nasce questo film e perché lei ha iniziato a fare cinema?

Il cinema è una passione che si è sviluppata in seno alla mia generazione: mi sono avvicinato all’audiovisivo grazie a You Tube. Sin da bambino, a otto anni, i miei genitori mi regalarono una telecamera, mi piaceva moltissimo riprendere la realtà. Crescendo, il mio sogno era diventare uno youtuber, non un regista. Il cinema non lo conoscevo. Ricordo anche un programma di Rai Tre di Federico Taddia: Screensaver si chiamava. Taddia andava in giro per le scuole d’Italia e faceva realizzare dei cortometraggi agli studenti, con un ospite diverso a ogni puntata. Mi piaceva moltissimo quel programma. Poi ho cominciato a seguire seriamente le webserie su You Tube. Sono fenomeni piccoli, ma sperimentali, che mi interessavano e mi trasmisero la passione, il desiderio di cominciare a girare cose mie. In sostanza, l’interesse per l’audiovisivo nasce in modo tanto autonomo quanto inconsapevole verso la grande storia del cinema. Quando sono entrato al Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC), nel corso di Regia, non ho ben capito come sia successo: per esempio, tra le varie domande di ammissione del testo scritto, mi si chiedeva di citare tre film di Bergman e io lasciai la risposta in bianco, non conoscevo neanche un film di Bergman, lo ammetto. Per me è stato scioccante e meraviglioso vedere i grandi film. Mi vergognavo molto, come studente, delle mie lacune. Inoltre, il cinema è sempre stato per me una fuga dalla vita: facevo molto sport, ho studiato informatica, ho lavorato come informatico. Il cinema per me aveva un ruolo pratico di utilizzo del mezzo come ripresa della realtà. Soltanto quando ho mandato il corto di ammissione al CSC ho capito quanto fosse importante l’aspetto teorico e di studio, per fare questo mestiere. Devo molto ai miei docenti del CSC: Francesca Calvelli per il montaggio, Claudio Giovannesi, Daniele Luchetti, Gianfranco Cabiddu, Susanna Nicchiarelli… La Nicchiarelli mi ha anche insegnato a recitare, così come Luchetti. Mi sento molto fortunato, perché hanno saputo vedere qualità in me che non sapevo di avere. È pur vero che, comunque, il CSC è una bolla nella quale sono stato molto protetto. Uscito da lì, nel 2022, ho iniziato a scrivere Il Supplente (compare in Tienimi presente), poi ho fatto la comparsa, Giovannesi mi ha chiesto di aiutarlo a fare il lavoro di documentazione per Ehi Joe… Ma per la verità, mi sentivo davvero sperso, ho fatto girare la sceneggiatura di Il supplente per tutta l’Italia, ho fatto molti tentativi disperati e più ne facevo più assaliva un’angoscia spaventosa. Volevo dimostrare il mio tratto peculiare, la volontà di scrivere, girare e interpretare i miei lavori, volevo mostrare il mio punto di vista personale. Ma l’ansia cresceva davvero moltissimo, Roma per me diventava insopportabile, mi sentivo fuori posto, aumentava il senso di fallimento. Sono tornato ad Aversa, veramente, come racconto nel film. Cominciai a lavorare come informatico. E paradossalmente è in questo momento che nasce Tienimi presente, col mio senso di inadeguatezza, ma con la voglia di farlo. Volevo anche raccontare la mia cerchia di amici: la frustrazione, l’incertezza, la paura della mia generazione, diffusa anche al di là di chi voleva fare cinema. Tienimi presente nasce come un documentario molto naif, con una struttura che mi portasse a raccontare una forza perduta, ma che avesse un proprio arco speranzoso. Daniele Luchetti mi aiutò anche in questo caso, proponendomi di fare vedere il documentario ad Eleonora Danco, che aveva realizzato un film molto particolare, Ncapace . e secondo Luchetti mi avrebbe dato ottimi spunti. Così fu: Eleonora Danco, con quel film, mi ha aiutato moltissimo a trovare un mio modo di fare cinema, partendo da un’idea comune di realtà e cinema. Tutte le interviste che ho fatto, sono poi tornate utili a trasformare Tienimi presente da un documentario a un film di finzione, per cercare di non perdere, durante questo processo, la vicinanza con la realtà, che ho fortemente voluto mantenere. Gianluca Arcopinto è arrivato in questa fase di passaggio. Lo chiamai in realtà per avere un consiglio su una piccola produzione locale interessata al progetto. Ci incontrammo, gli raccontai, gli feci vedere la costruzione di Tienimi presente. Fu il primo a parlarmi della seria possibilità di trasformarlo davvero in un film di esordio. Ha creduto in me, nel film. Con Davide de Rosa, lo sceneggiatore col quale lavoravo, ho costruito il primo impianto del film. Dopodiché, assieme a Vincenzo Pezone (regista campano molto generoso, che interpreta anche Pulcinella nel film), iniziammo a girare le prime scene. Facevamo le riprese con molta lentezza e lì ho avuto un’altra fortuna: premontare le scene. Mi tornò utilissima, poi, la Scuola Fare Cinema a Bobbio, di Marco Bellocchio. Mi iscrissi lì anche perché volevo imparare il mestiere del fonico, che è difficilissimo. Non potevo permettermi un fonico professionista sul set, dovevo imparare io. E così ho conosciuto Bellocchio ed è stato folgorante, eccitante, decisivo. Mentre seguivo le riprese del suo cortometraggio Se posso permettermi, stavo sempre vicino ai fonici: dovevo guardare, conoscere, capire come fare per non sbagliare la presa diretta che volevo per il mio film. Nonostante ciò, nel film ho fatto un sacco di errori col sonoro, ma poi ho avuto modo di recuperare, Fino a che Simone Gattoni, alla fine del corso Fare Cinema, volle vedere i lavori che noi studenti avevamo realizzato, oltre al corto collettivo fatto lì. Gli mostrai allora tre scene che avevo già premontato di Tienimi presente. Gli piacquero molto e da allora, sia Gattoni che Bellocchio mi hanno sostenuto, assieme ad Arcopinto. Da loro ho avuto la fiducia di continuare a girare il film così come lo avevo cominciato.

Vedo in questo esordio delle potenzialità, uno sguardo, un’idea di cinema come gesto politico, al di là della sua grazia e leggerezza.

Diciamo che ho avuto modo e tempo di pensare, ho avuto i miei tempi, ragionavo, giravo, riscrivevo, rigiravo… Non ho avuto le imposizioni produttive tassative e frenetiche delle produzioni attuali. È stato un vero lusso poter rispettare i miei tempi e il film ha goduto il privilegio della lentezza, del pensiero calmo. C’è stato un momento in cui ho capito che dovevo fare in modo che lo spettatore provasse stima, empatia, rispetto per il personaggio. L’ironia è un’arma a doppio taglio: può rendere il personaggio grottesco, ridicolo, stupido. Il montatore Francesco Di Gioia insisteva molto sul fatto che Alberto dovesse risultare un personaggio sinceramente stimabile, non stupido. L’ironia doveva stare nelle situazioni, nelle cose, nelle persone attorno ad Alberto, poi ovviamente entrava dentro di lui, ma nasceva dalla vita e dalla sua assurdità di situazioni realmente paradossali.

Cos’è per lei l’ironia?

L’ironia è il mio modo per mettere un faro sul mio disagio esistenziale. Sono timido ai limiti del goffo. Sono pieno di disagi: ho un’ansia sociale spaventosa, penso troppo, ho un disagio tremendo a stare su un set e dire alle persone cosa devono o non devono fare: mi pare maleducato. E così ci si salva con l’ironia e con l’autoironia, le persone ridono molto di me e io con loro.

Gaia, i genitori, gli amici, sono personaggi delicati, intelligenti, leggeri…. Sono tutti veri, giusto?

Sì, certo. Gaia è la mia ragazza, è tutto vero. Ho cercato di incastrare la vita nella finzione. La mia idea era anche quella di raccontare un pezzo della realtà che vive un po’ tutta la mia generazione. La ringrazio molto per aver individuato un atto politico in questo piccolo film autobiografico: per noi che lo abbiamo realizzato, vorremmo restasse come una fotografia di questo momento della nostra vita. Ma soprattutto, volevamo far vedere la provincia, i suoi abitanti, le diverse e comuni angosce dei miei coetanei, un vuoto esistenziale spaventoso, la solitudine nella città e poi dei momenti di condivisione. Spero che tutto questo sia condiviso dal il pubblico.

Quindi, come tutti, lei sublima la nevrosi generazionale con l’ironia. Ma soprattutto con la delicatezza, qualità molto distante dalla realtà che stiamo vivendo. Lei è consapevole di quanta gentilezza trasmetta questo film allo spettatore, in un’epoca così pesante e priva di gentilezza?

Come spettatore, o lettore, sono molto esigente sulla grazia e sull’ironia. Le cose che mi fanno ridere sono pochissime, rido pochissimo, in realtà. Quando scrivo, ho delle aspettative altissime per ridere e far ridere. Il concentrato delle poche idee buone che sono in questo film, nella realtà riguardano un lasso di tempo di anni: abbiamo scartato la maggior parte delle battute, delle scene, delle situazioni che potevano sembrare ironiche, ma che non mi convincevano. È stato un lavoro di eliminazione senza pietà. Sono rimaste le intuizioni che ho condiviso con i miei collaboratori. Per esempio, c’è una scena nel film nata da un’ossessione di Gaia verso un cartello stradale che esiste davvero a Caserta: segnala dei dossi sulla strada e c’è scritto: “RIALZATI”, (con l’accento messo sulla seconda a, perché segnala i dossi). Inserendo quel dettaglio in un momento di sconforto nel film, la sera prima che Alberto decida di lasciare Roma, sembra che il cartello voglia dire ad Alberto:“RIALZATI”, “tirati su”… Un’altra scena che funziona, secondo noi, è quella della canzone, una scena che coincide con un momento della mia vita in cui volevo davvero fare il cantante. E via dicendo…

Occorre fare una domanda: lei conosce Nanni Moretti e Massimo Troisi? Sa che il suo film è stato immediatamente incasellato e incastrato tra Io sono un autarchico e Ricomincio da Tre? È consapevole dello stigma che ha?

Era inevitabile non pensare a Moretti e Troisi. E, in questi anni di preparazione, li ho avuto presenti sempre. E li ho pensati moltissimo, con l’unica ossessione di provare a non imitarli. A un certo punto ho capito una cosa che mi ha dato molta forza. Sono due registi e interpreti straordinari, inimitabili. Ma se vogliamo parlare dei loro esordi, hanno costruito film che hanno punti di forza molto personali. Massimo Troisi è un performer di levatura enorme, con un carisma da capocomico. Io sono invisibile. Proprio caratterialmente e artisticamente, intendo, la mia natura è completamente differente. Così come Moretti, il primo Moretti intendo: è un protagonista con una forza, con una dirompenza, con una personalità talmente grande che davvero non credo abbia nulla a che fare con me. Inoltre, io sono figlio dei miei tempi: mi sento uno sconfitto, ho pochissima autostima. Forse c’è un comune metodo creativo, una simile formula… Qui penso più a Moretti: ha attinto dalla famiglia, dal quartiere, dalla compagna… Ha applicato un metodo di scrittura dal vero e l’ha inglobato nel cinema. Ho fatto un po’ la stessa cosa, ma formalmente, non nella sostanza. Per realizzare il film, guardavo più a registi stranieri come Richard Linklater, che amo moltissimo. Tienimi presente vorrei fosse simile ai giochi che Linklater fa col tempo, con i passaggi di tempo, perché vorrei riprendere questo film che ho fatto tra dieci anni, vorrei fosse l’inizio di un lungo percorso creativo, che poi prenderà altre strade, ma mi piacerebbe riprenderlo in futuro, tenendo presente il percorso di sguardo di quel regista. E poi c’è Eric Rohmer: lui è un regista che mi trasmette tranquillità. E io inseguo costantemente la tranquillità. E poi, francamente, ho visto tante volte Baci rubati: per me Truffaut e Jean Pierre Leaud sono un punto di riferimento enorme, molto più di Moretti e Troisi. Eppure, al di là dei punti di riferimento, io conosco molto bene i miei limiti. Non ho quelle personalità lì, diverse tra loro, ma tutte di una forza enorme… Certo che mi piacciono, ma io mi conosco. Non ho quella prorompenza e allora cerco di adeguarmi a me stesso.

Il tratto che l’accomuna a Moretti e Troisi sta, credo, nel fatto che anche lei, usando la struttura della vita reale che entra nel cinema, giocate sulle vostre nevrosi. Se è vero che in molte cose può somigliare a Moretti, è pur vero che l’umorismo di Moretti ha sempre qualcosa di profondamente tragico. Troisi, invece, ricorda più la sua ricerca di tranquillità e grazia, avete entrambi un disincanto, un fatalismo tipicamente meridionali che hanno un intrinseco senso della tragedia, ma che si dilata e si amplifica, appunto in un fatalismo ineluttabile. E questo, in effetti, tranquillizza tutto. Perché il fato non lo si può evitare, ignorare, eliminare, per quanta forza si voglia mettere nel contrastarlo.

Esattamente così. Credo che ogni forma di espressione artistica sia per ciascuno, ciascuno col proprio modo, un tentativo di ordinare un pensiero, per farci pace, per togliere la sofferenza da quel pensiero. L’arte è il modo di manifestare la difficoltà che si ha di comunicare, di farsi vedere: è un mezzo delle persone che vogliono segnalare un disagio. Vorrei raccontare una categoria di persone. Cerco di raccontare la società in un modo meno rumoroso rispetto a come è in effetti costretta a vivere questa società. Questo è il lato politico del cinema che vorrei fare. Osserviamo tutti la realtà dal punto di vista un certo tipo di valori, che però non mi rappresenta. Il cinema vince quando tira fuori una pluralità di voci che non hanno voce e che sono la maggior parte, rispetto ai pochi standard consacrati e collaudati. Nel futuro, vorrei essere capace di dare uno spaccato della società dal punto di vista delle persone poco considerate. O comunque, vorrei poter raccontare le conseguenze. che si ripercuotono su alcune persone, delle scelte subite da chi decide per loro. Si raccontano le grandi scelte, i grandi personaggi, che sono fatte da pochi. E non si raccontano le ripercussioni che queste cose così grandi hanno sulle persone.

Si muove, nel suo modo di parlare, un elemento raro: dire le cose con semplicità e chiarezza. Credo dipenda anche, in qualche modo, dalla sua generazione e dai mezzi di comunicazione che la sua generazione usa. E questa è una virtù. Dopo Tienimi presente, molti di coloro i quali hanno amato il suo film, ripongono grandi speranze sul suo prossimo film, lo sa?

In questo momento sto scrivendo molto, ma sento anche un’attenzione eccessiva attorno al film, che non mi aspettavo e che mi toglie un po’ di lucidità. Sto cercando di educarmi a stare in questo nuovo contesto in cui qualcuno si aspetta qualcosa da me. Non è una condizione che conosco e quindi provo a capire come muovermi. Comunque, cercherò sempre di fare le cose in modo disinteressato, con l’unico scopo di raccontare qualcosa. Non voglio accontentare nessuno; è quel fatalismo di cui parlava lei che mi dà un po’ di lucidità. Sbaglierò il prossimo film, pazienza… Ce la metterò tutta, ovviamente, ma lo farò comunque al di là di ogni interesse personale, con la volontà unica di raccontare qualcosa e con quel fatalismo che mi salverà. Sperò.


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