Oggi sono passati trentadue anni da quella domenica 20 marzo 1994, quando a Mogadiscio i colpi di un commando armato misero a tacere per sempre la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin. Trentadue anni di indagini, processi, commissioni parlamentari, perizie e controperizie, sentenze di condanna e sentenze di assoluzione, ma soprattutto trentadue anni senza una verità giudiziaria.
Sono anche dieci anni dalla storica sentenza della Corte d’Appello di Perugia che ha assolto in via definitiva Hashi Omar Hassan dopo 17 lunghi anni di ingiusto carcere.
Proprio da Perugia occorre ripartire oggi come ha fatto Articolo 21 qualche giorno fa organizzando un importante incontro (link al pezzo ) La strada per arrivare ai mandanti di quell’esecuzione è una sola: rispondere agli inquietanti interrogativi sul depistaggio di Stato che quella stessa sentenza ha lasciato aperti. Nel 2016, i giudici di Perugia non si sono limitati a revocare la condanna a 26 anni di carcere inflitta a un innocente, ma hanno messo nero su bianco l’esistenza di un’attività di depistaggio di ampia portata. Un insabbiamento costruito a tavolino per chiudere in fretta il caso e seppellire i veri moventi del delitto. Al centro di questa truffa giudiziaria c’è Ahmed Ali Rage, detto Gelle, il supertestimone che mandò in carcere Hashi. Rintracciato in Inghilterra dalla giornalista Chiara Cazzaniga, Gelle ha confessato di non essere mai stato presente sul luogo del l’agguato, ha ammesso di aver accusato falsamente il suo connazionale in cambio di denaro e della promessa di un visto per fuggire dalla Somalia, assecondando la fretta degli italiani di trovare un capro espiatorio. A dieci anni da quella sentenza di revisione, i nodi cruciali del depistaggio restano colpevolmente irrisolti:
Chi ha costruito il falso colpevole? Si voleva chiudere il caso e trovare un colpevole per questo è cruciale chiarire oggi chi abbia avallato o suggerito questa ricostruzione.
Gelle appena giunto in Italia viene affidato alla protezione e controllo della polizia ma svanì nel nulla prima di testimoniare in tribunale. Come ha potuto un testimone chiave fuggire eludendo la sorveglianza? E perché, come denunciano i giudici perugini, non vennero mai fatte concrete ricerche per rintracciarlo, nonostante vivesse tranquillamente in Inghilterra?
Rispondere a questi interrogativi significa squarciare il velo sul perché Ilaria e Miran dovevano morire. Il depistaggio serviva a nascondere ciò che la giornalista aveva scoperto nei suoi giorni a Bosaso, nel nord della Somalia. Ilaria Alpi e Miran Hrovarin non sono stati vittime di in una rapina finita male, come ha ostinatamente cercato di sostenere la relazione di maggioranza della Commissione d’inchiesta parlamentare. Al contrario, aveva concentrato le loro indagini su un intreccio di traffici illeciti di armi e di rifiuti tossici, legati a doppio filo ai fondi della mala cooperazione italiana. Ilaria e Miran avevano filmato la strada Garoe-Bosaso, sotto cui si sospettava fossero stati interrati rifiuti, e avevano fatto domande scomode sulle navi della flotta Shifco, donate dall’Italia e usate per trasporti illeciti. Avevano toccato i fili dell’alta tensione che univano faccendieri, signori della guerra somali e apparati deviati del nostro Paese. A 32 anni di distanza la verità sull’esecuzione di Mogadiscio non si trova più nelle polverose strade somale, ma nei palazzi romani. Per trovare i mandanti dell’omicidio, l’Italia deve prima trovare il coraggio di cercare, trovare e processare i mandanti del depistaggio.
(Nella foto la targa apposta al liceo frequentato da Ilaria Alpi)
