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Georges Simenon, La vecchia, Adelphi, 2026

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Nei romans durs Simenon ci consegna figure di donne icastiche e indimenticabili, ma raramente sono  protagoniste della storia. In “la vecchia”, breve romanzo del 1959, ripubblicato recentemente da Adelphi, quattro donne si fronteggiano in una partita via via più feroce, in cui nessuna vincerà. L’azione,  in cui ciò che conta sono gli sguardi, i silenzi, le confessioni, i non detti, si svolge per lo più in uno spazio chiuso, alla fine claustrofobico, di un confortevole appartamento dell’Ile Saint Louis, dalle cui vetrate si scorge Notre Dame, paesaggio che ricorre in altri romanzi dell’autore. Le  vere protagoniste sono due, nonna e nipote. Sophie Emel, ventisettenne, detiene cinque o sei record mondiali di paracadutismo, pilota jet e corre nel circuito di Montlhéry. Proprietaria dell’ appartamento dell’Ile Saint Louis e amante di veloci auto di lusso, conduce una vita alcolica e sregolata facendo tardi nei locali della Parigi notturna e in particolare alla Patate, il locale notturno dove si esibisce Leila.

Quest’ultima è una cantante dall’incerta carriera che vive con lei nell’appartamento, ultima delle varie persone sbandate che Sophie raccoglie nei suoi giri notturni e con cui divide convivenze più o meno brevi. La nonna è Juillette Viou, una ottantenne determinata, che vive nel quartiere di Saint Paul, non lontano dall’Ile Saint Louis, all’ultimo piano di un fatiscente palazzo che, come altri, deve essere abbattuto per realizzare un piano di risanamento del quartiere. Ormai tutti gli inquilini  hanno lasciato il palazzo, solo la vecchia resiste, fornita di cospicue provviste, rinchiusa nel suo appartamento e minacciando di buttarsi dalla finestra se costretta. Il commissario Charon si presenta una mattina a casa di Sophie per metterla al corrente della situazione; avevano ipotizzato di ricoverare la vecchia  in osservazione, considerando la sua ostinazione e le sue minacce come un segno di instabilità mentale, ma avendo scoperto casualmente che c’era una parente, non potevano procedere  in alcun modo senza il consenso della famiglia.

Sophie conferma che Jouliette Viou è sua nonna, della quale non ha avuto notizie da quindici anni, quando a sessantacinque anni si è allontanata, senza dare spiegazioni, dall’appartamento in Boulvard Saint Germain, dove lei, allora dodicenne, viveva con la sua famiglia. Sophie senza pensarci troppo, forse incuriosita e quasi divertita dall’imprevisto, accetta di seguire il commissario in rue de Jouy, dove avvia una non facile conversazione con la nonna, alla quale infine prospetta di essere ospitata a casa sua. Jouliette accetta non senza essersi ben informata della situazione in cui si sarebbe trovata e patteggiando di poter portare con sé alcuni mobili, una stufetta di ghisa e  due bauli di provviste, che non si sarebbe perdonata di lasciare a chi la scacciava.

Sophie accetta senza problemi, convinta che la nonna, sistemata nella stanzetta vicina a quella di Louise, la domestica, non potrà in alcun modo interferire nella sua vita. Jouliette nella casa della nipote si muove con discrezione e abilità, riesce a conquistare la considerazione e una certa confidenza da parte di Louise, la cameriera che mal tollera le intemperanze di Sophie e dei suoi ospiti, ma che sopporta guardinga e in silenzio per non perdere il lavoro. La nonna cerca anche di rendersi utile con Leila, ma senza successo e ben presto la sua presenza nella casa suscita la gelosia dell’amica di Sophie,  che con gesto teatrale fa i bagagli e se ne va. Sophie comincia  ad avere sentimenti ambivalenti verso la nonna,  crea momenti di confidenza, ascolta i suoi racconti, coglie  il magnetismo degli occhi della donna, ma presto sente l’ingombro della sua presenza e ha la tentazione di detestarla. La prima volta che va a trovarla nella sua stanza perché leggermente indisposta si rende conto, tra la meraviglia e il dispetto, che nella stanza non c’è più niente di quanto conteneva prima, la vecchia l’ha completamente arredata con i suoi mobili, i suoi oggetti, così  da ricreare il suo ambiente, ibl suo stile di vita. Nella giovane comincia a insinuarsi il sospetto che tutto sia stato premeditato già dal primo colloquio in rue de Jouy: “ E Sophie che mai aveva accettato l’idea di svegliarsi al mattino con un uomo in casa, foss’anche un marito, adesso si ritrovava a ospitare una vecchia caparbiamente decisa a conservare il suo stile di vita”.

Simenon con la maestria che lo contraddistingue nella narrazione di drammi psicologici, racconta il montare della tensione tra le due donne, con la vecchia che via via racconta la sua vita e la giovane che si sente  irretita in quei racconti in cui la nonna spesso la  assimila a sé nella comune condizione di donne: “Una donna non è mai un essere  completo …  Una donna è un pezzo di qualcosa, qualcosa che forse nemmeno esiste. Cerchiamo di aggrapparci, tu, io, Leila, le altre, ci aggrappiamo a qualsiasi cosa, come tessere di un puzzle, senza sapere che cosa manca esattamente”.  Sono parole di Jouliette che costituiscono poi la visione che Simenon ha delle donne e che ha rappresentato, oltre che in Jouliette, Leila,e in Siphie, che si pensa donna libera e indipendente, anche in molti altri personaggi femminili dei suoi romanzi, pur con mille sfumature diverse. Jouliette racconta delle sue prime squallide esperienze sessuali, del primo matrimonio, quando si era resa conto subito che pur amando il marito viveva con un estraneo. Racconta della posizione di dipendenza in cui si era ritrovata nella vita sia nel primo matrimonio, sia nel secondo con il ricco nonno di Sophie, sia dopo la morte del marito quando viveva con la famiglia della figlia e Sophie e la gemella erano piccole.

Ma Jouliette fa anche  delle domande alla nipote, la induce a parlare di sé, le rivela storie di famiglia che non conosceva, le dice qualcosa di lei stessa: delle due gemelle, Sophie e la sorella, lei era quella cattiva, la meno amata. Insinua dubbi in lei, la induce a rifare i conti con se stessa e con quella famiglia, che credeva di essersi lasciata alle spalle quando era andata via di casa a diciott’anni. Gli incontri scontri si intensificano tra le due, che sempre più si appoggiano l’una alla bottiglia di whisky, l’altra alla bottiglia di vino. La vecchia insiste nel cercare la comprensione, forse la pena della nipote, nonostante il suo forte orgoglio, e racconta anche gli aspetti più scabrosi della sua vita. Sophie, sempre più in preda all’alcol si perde in un groviglio di pensieri e diffida della nonna, teme che il suo sia un complotto per dominarla. Con la vecchia sempre più fragile, ma non vinta e Sophie sempre meno lucida fino ad essere inutilmente crudele la vicenda non può che  sfociare nella tragedia. Ancora una volta Simenon ci regala un’opera intensa  per l’analisi psicologica dei personaggi femminili, pur nella ricorrenza, come si è detto, della visione dello scrittore. Altrettanto efficace risulta l’impietosa descrizioni della insidiosità che si cela dietro i legami e le relazioni familiari, capaci di generare frizioni che fanno implodere sicurezze e equilibri ritenuti consolidati.


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