Giornalismo sotto attacco in Italia

Georges Simenon, La Vecchia

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Se qualcuno, tra i non più giovani, ricorda ancora una celebre pubblicità del Cacao Talmone con la dolce nonnina che porge la tazza di cioccolata fumante al marito seduto in poltrona, dimentichi in fretta quell’idillio perché lo condurrebbe completamente fuori strada. L’icona dolce e rassicurante per le nostre candide fantasie, viene cancellata brutalmente dall’ultimo romanzo di Georges Simenon uscito da Adelphi, e intitolato senza tante cerimonie La Vecchia.

Una vicenda di cui si comprende bene la sottile ferocia soltanto nel finale, come è giusto che sia per i racconti a suspence in cui con spiccata abilità lo scrittore belga è capace di tenerci sulla corda fino all’ultimo capoverso. Eppure i suoi sono, come in questo caso, non dei veri thriller quanto piuttosto ordinarie storie di vita, in apparenza innocue: la sapiente messinscena di due mondi in rotta di collisione verso uno scontro fatale che prima o poi avverrà, e che leggendo attendiamo con inevitabile tensione e persino con un certo perfido piacere.

La cornice è la Parigi dei grandi cambiamenti del dopoguerra, uno dei suoi quartieri più antichi che sta per essere bonificato per far posto al nuovo che avanza, al progresso, al recente benessere. Nell’unico palazzo fatiscente ancora in piedi, benché circondato da cantieri, ruspe e macerie, è rimasta un’unica abitante, un’anziana signora che occupa l’abbaino e non intende andarsene. Resiste a oltranza a ogni lusinga e profferta, e minaccia di gettarsi nel vuoto se le squadre di operai entreranno con la forza. Il commissario di polizia, persona accorta e saggia, sa che qualsiasi gesto insano della vecchia testarda ricadrà negativamente su di lui, sulla polizia, sull’autorità costituita, e lo sdegno popolare inonderà ogni mezzo di comunicazione, l’opinione pubblica si schiererà compatta a favore della poveretta priva di risorse; ogni minima forzatura contro di lei verrà considerata un’aggressione, anzi un omicidio volontario.

Più volte il funzionario si è fatto a piedi i sette piani di scale per tentare bonariamente, supplichevolmente, di ridurre la riottosa inquilina a più miti consigli; lei in perfetto silenzio dietro la porta, trattenendo il fiato, di sicuro guarda dallo spioncino e, senza mai concedere udienza, ascolta le melliflue parole del funzionario, le sue reiterate assicurazioni che nessuno la manderà all’ospizio, e meno che mai al manicomio; si troverà un modo per accontentarla, per aderire alle sue richieste. Ma la risposta è sempre la medesima, riassumibile in un unico concetto: ho trascorso qui tutta la mia vita, è l’appartamento dove ho vissuto con mio marito, uscirò da casa mia soltanto da morta, dentro una bara. Nessuno riuscirà a cacciarmi: sfondate la porta e mi getterò di sotto.

Una brutta faccenda da risolvere, uno scandalo da scongiurare a ogni costo. La vecchia a quanto pare non ha parenti né amici, non ha più nessun contatto con l’esterno, non esiste una sola persona che possa fare da tramite, qualcuno di cui lei si fidi. E intanto i costruttori incalzano, minacciano di cancellare i contratti, il piano di demolizione è paralizzato, le spese corrono e aumentano a ogni nuovo ritardo. E siamo all’ultimo giorno di rinvio, l’indomani passeranno ai fatti.

I curiosi si affollano nella strada, la ressa cresce con morbosa attesa, mostrando totale solidarietà con l’anziana dama. Fino a che il commissario Charon legge sul giornale di una giovane parigina diventata famosa come campionessa di paracadutismo acrobatico, e anche come pilota d’auto da corsa, e porta lo stesso cognome della vecchia signora. Ha un soprassalto, scorge uno spiraglio, la provvidenziale via d’uscita: e se fosse una lontana parente?

Speranzoso si reca a casa di Sophie Émel, scala a sinistra quinto piano, stando all’istruzione della portiera, che però lo avverte: l’inquilina non si alza prima delle undici. Lo stabile è di lusso, e il commissario resta spiazzato dalla bella ragazza che apre la porta “in fuseaux di un rosso acceso, stile torero, i piedi nudi sulla moquette e il maglione a collo alto che si è evidentemente infilata in fretta e furia con il risultato di spettinarsi”.

Non è difficile immaginare il tipo, vestita nello stile Brigitte Bardot di quegli anni. Ci torna in mente “En cas de malheur”, La ragazza del peccato, un altro capolavoro assoluto dell’immenso Simenon. Il commissario segue la proprietaria in una grande stanza che “faceva pensare allo studio di un artista, con una vetrata che inquadrava i tetti di Notre-Dame sullo sfondo di un cielo ancora carico di neve”. Presto appare una seconda ragazza, Lélia, viso ben noto anche lei nelle cronache rosa dei rotocalchi, con indosso una vestaglia su un pigiama di seta nera: “Era di un biondo quasi bianco, con la pelle e gli occhi così chiari da sembrare albina”.

Per terra ci sono sparse scarpe con i tacchi alti, buttato sul bracciolo di una poltrona un abito da sera, e su un tavolino è rimasta una bottiglia di whisky vuota per tre quarti, con accanto due bicchieri e svariati mozziconi di sigaretta macchiati di rossetto.

Il commissario espone esitante, guardingo, il problema. Il nome dell’anziana signora, Juliette Viou, non dice nulla alla giovane, ma il secondo cognome, Prédicant, la richiama alla realtà: potrebbe trattarsi di sua nonna che ricorda vagamente, ancora piccolissima, finché aveva abitato con la sua famiglia nella casa di Boulevard Saint-Germain. Poi da un giorno all’altro era fuggita con l’ex marito da cui aveva divorziato tanti anni prima sposando il ricco tipografo, Prédicant, da cui nacque la madre di Sophie. Insomma un fantasma che torna dal passato, che tuttavia la incuriosisce: “Andiamo a vedere” decide su due piedi. Del resto il quartiere dell’Hôtel de Ville e di Saint-Paul dove fervono le demolizioni e in cui si trova l’appartamento della supposta nonna, è appena oltre il ponte sulla Senna, molto vicino alla sua abitazione nell’Île Saint-Louis.

La manovra ha successo. La stravagante e ricca nipote, insofferente a ogni legame specialmente familiare, ha adottato l’atteggiamento giusto; sul pianerottolo con buone maniere, ma sbrigative, rassicura la vecchia che la accoglierà nella propria casa: c’è una stanzetta libera che sembra fatta apposta per lei, può star tranquilla che da lì nessuno la manderà via per chiuderla in manicomio. Ammansita, la vecchia dama esce dalla sua tana, compare sulla soglia vestita di tutto punto, sembra una signora distinta, accomodante, di buon senso; chiede soltanto che il ragazzotto del salumiere sotto casa, con il suo carretto le traslochi al nuovo domicilio una stufetta, un baule e qualche effetto personale da cui non vuole separarsi. L’accordo è trovato e il commissario tira un respiro di sollievo. Il giorno successivo l’edificio potrà essere abbattuto come rientra nei piani urbanistici.

La nipote ci tiene però ad avvertire l’anziana parente: l’accoglienza non comporta da parte sua nessun obbligo o dipendenza verso la nuova ospite, per quanto la riguarda non cambierà una sola virgola della sua vita disordinata, anarchica, senza orari, la casa invasa senza preavviso da gente conosciuta e sconosciuta anche in piena notte. La vecchia dovrà adattarsi o andarsene. Starà a lei decidere cosa preferisce fare.

Inizia così la convivenza, sotto lo sguardo ostile della borbottante domestica di casa che ora avrà un’altra persona, bisognosa di tutto, da accudire. Nessuno scommetterebbe un soldo sulla durata di quell’improvvisato esperimento. Eppure la vecchina si mostra così accondiscendente, sottomessa, autonoma, che riesce a dissolvere ogni pregiudizio, ogni sospetto sulla propria persona. Il paguro si è infilato nella comoda conchiglia. Senza darlo a vedere osserva e spia ogni dettaglio nella vita della nipote, invitandola alla confidenza, cercando di ghermirne i segreti, scoprire i lati in ombra, le debolezze; come quella di accogliere accanto a sé ‘anche i cani malati’, secondo l’opinione dei più; con allusione alla ragazza che s’è messa in casa, una cantante alcolizzata e drogata delle famigerate cave parigine, che quando rientrano insieme all’alba si infila direttamente nel letto di Sophie. Pian piano, senza parere, la vecchia scardina le residue   resistenze che la nipote non aveva comunque mai del tutto abbandonato nei confronti dell’intrusa.

Pagina dopo pagina il lettore scopre quale sia stata la vera esistenza di Juliette che, con impressionante disinvoltura, ha attraversato i peggiori gironi dell’esperienza umana: una autentica “vieille dame indigne”.

La lotta è sorda, invisibile, e non sempre ad armi pari: chi prevarrà delle due donne, la vecchia o la giovane? E a quale prezzo? Vincerà il lupo travestito da buona nonnina o l’imperterrita Cappuccetto Rosso? Una cosa è certa nei romanzi del grande Sim, che la fine è sempre annunciata e mai prevedibile, insospettabile fino all’ultima riga del romanzo.


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