Il terremoto post-referendario non accenna a placarsi. Dopo le dimissioni della ministra Daniela Santanchè, un’altra testa rotola nella maggioranza: Maurizio Gasparri si è dimesso da capogruppo di Forza Italia al Senato, dopo giorni di tensioni interne culminate in una raccolta firme che ha di fatto certificato la perdita di fiducia nella sua leadership.
Il colpo di grazia è arrivato in forma scritta e numericamente schiacciante: una lettera firmata da 14 senatori azzurri su 20 ha chiesto, in sintesi, che per l’unità del partito fosse opportuno sostituire il capogruppo a Palazzo Madama. Tra i firmatari, nomi pesanti come i ministri Maria Elisabetta Alberti Casellati e Paolo Zangrillo.
Dietro la manovra, la regia discreta ma determinante della famiglia Berlusconi. Le dimissioni di Gasparri non sono state causate soltanto dall’iniziativa di Lotito: ha avuto un peso significativo anche la volontà di Marina Berlusconi, che dopo la sconfitta al referendum ha cercato di ridimensionare il peso degli esponenti più vicini al leader del partito Antonio Tajani.
A Gasparri si imputa una campagna referendaria condotta con toni troppo duri, che avrebbe allontanato una parte dell’elettorato forzista da una storica battaglia azzurra, quella sulla separazione delle carriere, fortemente voluta anche dai figli del Cavaliere.
Gasparri ha scelto la via della dignità formale, dichiarando: “Ho deciso autonomamente di lasciare il mio incarico da capogruppo di Forza Italia al Senato. Chi ha un lungo percorso basato sulla solidità e il senso del dovere sa come gestire tempi e modalità in momenti complessi.”
Al suo posto è in pole Stefania Craxi, mentre Gasparri dovrebbe andare a occupare il suo precedente ruolo di presidente della commissione Esteri.
Il quadro che emerge è quello di un centrodestra scosso fin nelle fondamenta dal “No” referendario. La senatrice Licia Ronzulli, vicina alla famiglia Berlusconi, ha ammesso: “Abbiamo bisogno di capire perché abbiamo perso quei voti. Dobbiamo fare un esame di coscienza.” Parole che suonano come un mea culpa collettivo, mentre la maggioranza cerca di ricompattarsi dopo una delle sue sconfitte politiche più brucianti.
Il referendum sulla giustizia ha vinto il “No”. Ma le sue conseguenze sono ancora tutte da contare.
