Giornalismo sotto attacco in Italia

Altro che inversione di tendenza: 151 morti sui Luoghi di lavoro in 2 mesi

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A gennaio 2026 avevo parlato di un possibile cambio di rotta: oltre il 30% di morti in meno rispetto a gennaio 2025. Dopo 18 anni di monitoraggio quotidiano, sembrava finalmente profilarsi un’inversione consistente di tendenza.

Poi febbraio: un’autentica strage.
78 morti sui luoghi di lavoro contro i 66 di febbraio 2025. E la differenza con il 2025 si riduce a solo  6 morti

Mi sono lasciato prendere dalla speranza. Ed è giusto dirlo: faccio mea culpa.

Perché giorno dopo giorno quel calo si è assottigliato, fino a ridursi a pochi morti di differenza nei primi due mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025.

E mentre le percentuali cambiavano, le bare continuavano ad aumentare.

Ad oggi, fine febbraio, siamo a 151 morti sui luoghi di lavoro.
Il 28 febbraio 2025 erano 161.
Ma con i morti “in itinere” si sfiorano già i 200.

Una differenza minima, fragile, quella con il 28 febbraio 2025, che può essere spazzata via in pochi giorni — come purtroppo sta accadendo.

Negli ultimi giorni diversi giovani hanno perso la vita lavorando. Ragazzi.

Ecco chi sono.

Carmine Albero, 24 anni.
Nico Ulivieri, 30 anni.
Tommaso Andreuzza, 27 anni.
Un ragazzo di 25 annimorto ieri mentre lavorava in un cantiere stradale, di cui non conosciamo ancora l’identità.

Avevano vent’anni. O poco più.

Ma c’è anche l’altra faccia della tragedia.

Sono tantissimi gli anziani che muoiono sul lavoro, spesso dopo una vita intera di fatica e in nero:

Costantino Rocco, 61 anni.
Antonio Nisticò, 61 anni.
Nicola Iezza, 68 anni.
Francesco Greco, 60 anni.
Un agricoltore in Umbria, 70 anni.
Antonio Rocco Russo, 60 anni.
Eresmo Benelli, 77 anni.

Settantasette anni.

E non sono ancora conteggiati i morti “in itinere”, che ogni anno rappresentano tra il 25% e il 30% del totale.

Ma dentro questa tragedia ce n’è un’altra.

I familiari delle vittime raramente ottengono giustizia in tempi dignitosi. I processi si trascinano per venti o trent’anni. Il dolore non si attenua.
Molti genitori muoiono prima di vedere riconosciute le responsabilità per la morte dei propri figli.

Ne conosco tanti personalmente. La loro disperazione è indescrivibile.

Non possiamo continuare a leggere questi numeri come fossero bollettini meteo.

Dietro ogni numero c’è un nome.
Un’età.
Una famiglia distrutta.
Un vuoto che non si colma.

La vera inversione di tendenza sarà quando smetteremo di considerare inevitabile morire di lavoro.


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