Nel giorno in cui venne eletto vescovo di Roma mi fa piacere ricordare Jorge Mario Bergoglio come il papa pluralista. Sono infiniti gli spunti, i capisaldi che si possono citare per parlare del pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Vorrei soffermarmi su una strana sorpresa che dovrebbe essere a tutti evidente, chiara. Infatti è stato un papa a saperci dire che dobbiamo essere consapevoli che il nostro pensiero è incompleto.
In un suo discorso fondamentale, pronunciato ricevendo gli scrittori della Civiltà Cattolica, cioè “gli scrittori del papa”, lui disse così: “ Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. Per questo dovete essere scrittori e giornalisti dal pensiero incompleto, cioè aperto e non chiuso e rigido. La vostra fede apra il vostro pensiero. Fatevi guidare dallo spirito profetico del Vangelo per avere una visione originale, vitale, dinamica, non ovvia. E questo specialmente oggi in un mondo così complesso e pieno di sfide in cui sembra trionfare la “cultura del naufragio” – nutrita di messianismo profano, di mediocrità relativista, di sospetto e di rigidità – e la “cultura del cassonetto”, dove ogni cosa che non funziona come si vorrebbe o che si considera ormai inutile si butta via. La crisi è globale, e quindi è necessario rivolgere il nostro sguardo alle convinzioni culturali dominanti e ai criteri tramite i quali le persone ritengono che qualcosa sia buono o cattivo, desiderabile o no. Solo un pensiero davvero aperto può affrontare la crisi e la comprensione di dove sta andando il mondo, di come si affrontano le crisi più complesse e urgenti, la geopolitica, le sfide dell’economia e la grave crisi umanitaria legata al dramma delle migrazioni, che è il vero nodo politico globale dei nostri giorni”.
L’attenzione può andare alla giustissima indicazione che il dramma delle migrazioni è il vero nodo politico d’oggi. Come dubitarne dopo “la grande deportazione”, dopo l’ICE, dopo le tristi vicende europee, dopo i naufragi, dopo la tratta, dopo il saccheggio dei nuovi minerali, dopo il “lavoro schiavo”, dopo i mutamenti climatici e le loro devastanti conseguenze, tanto che le statistiche ufficiali ci dicono che nel giugno del 2024 i “migranti forzati” erano 122 milioni. Nella sua lettera ai vescovi americani sulla grande deportazione, di poco precedente la sua morte, Francesco si è dimostrato consapevole di tutto questo: “uno Stato di diritto autentico si dimostra proprio nel trattamento dignitoso che tutte le persone meritano, specialmente quelle più povere ed emarginate. Il vero bene comune viene promosso quando la società e il governo, con creatività e rigoroso rispetto dei diritti di tutti — come ho affermato in numerose occasioni — accolgono, proteggono, promuovono e integrano i più fragili, indifesi, vulnerabili. Ciò non ostacola lo sviluppo di una politica che regolamenti una migrazione ordinata e legale. Tuttavia, tale sviluppo non può avvenire attraverso il privilegio di alcuni e il sacrificio di altri. Ciò che viene costruito sul fondamento della forza e non sulla verità riguardo alla pari dignità di ogni essere umano incomincia male e finirà male”.
Ma prima vorrei richiamare l’attenzione su qualcosa che è a monte di questo, perché c’è qualcosa di universale, che riguarda cioè tutti noi, di qualsiasi pensiero o orientamento si sia, nella richiesta di allontanarsi dal pensiero rigido, chiuso. In quello stesso discorso, poco prima, un passo aiuta ad andare più a fondo: “ I valori e le tradizioni cristiane non sono pezzi rari da chiudere nelle casse di un museo. La certezza della fede sia invece il motore della vostra ricerca”.
Quante ideologie sono state vissute come costellazioni intoccabili, quanti pensieri sono stati chiusi come casse in un museo? E’ un destino derivato dal fatto che questi pensieri sono diventati rigidi, mentre la carne umana lo è solo dopo la morte. Nessun pensiero rigido sa arrendersi all’evidenza che “la realtà è superiore all’idea”, lui invece ha posto questa evidenza alla base di tutto il suo pontificato, non da sola ovviamente.
I tetragoni custodi dell’ortodossia, della dottrina, ovviamente quelli cristiani ma io direi di ogni dottrinalismo, di ogni tradizionalismo, di ogni identitarismo, non potevano accettare questa visione che lui ha spiegato meglio di tutti dicendo, in un’omelia a Santa Marta, che “i tempi fanno quello che devono fare, cambiano”. Davanti a questa evidenza si può restare immobili? No, è evidente. Nel continuo cambiamento dei tempi i cristiani, disse, devono cambiare con loro, fedeli al Vangelo, interpretando i segni dei tempi.
Il suo magistero ha avuto questa forza, quella di saper parlare di sé, della sua fede e quindi della sua Chiesa non come di un giudice eterno, seduto sul suo treno al di sopra e al di là della storia, ma come di un amico che cammina con noi, nella storia. Questo è risultato impossibile non solo per quell’assolutismo immobile, ma per ogni assolutismo, per ogni immobilismo, per ogni pensiero “completo”, che rifiuta di camminare.
E’ molto importante questo verbo, camminare… Non penso che si possa riuscire a capire molto di questo pontificato straordinario stando fermi: bisogna pensarci mentre continuiamo a camminare.
Il pensiero rigido, “completo”, autosufficiente, è quello che ci sta soffocando, da qualsiasi lato provenga. E ogni pensiero rigido, “completo”, sta alimentando gli altri nei rispettivi campi. E’ il prodotto della polarizzazione. Forse la teoria degli opposti estremismi oggi dimostra che questi si toccano, si sostengono, e ci soffocano. Soprattutto se si incontrano con l’uso identitarista delle religioni.
Espulso dalla finestra prima dal Novecento dei totalitarismi, poi dal paradigma tecnocratico del secolo nuovo, il pluralismo è rientrato dalla finestra di San Pietro. Bergoglio, forse per qualcuno con erronea sorpresa, è stato il papa del pluralismo, che non è relativismo. Nella conversazione con padre Antonio Spadaro, curatore del volume che raccoglie le omelie e i discorsi dell’arcivescovo di Buenos Aires dal 1998 al 20123, papa Francesco afferma: «L’opposizione apre un cammino, una strada da percorrere. Parlando più in generale devo dire che amo molto le opposizioni. Romano Guardini mi ha aiutato con un suo libro importante, L’opposizione polare. Lui parlava di un’opposizione polare in cui i due opposti non si annullano. Non avviene neanche che un polo distrugga l’altro. Non c’è contraddizione né identità. Per lui l’opposizione si risolve in un piano superiore. In quella soluzione però rimane la tensione bipolare. La tensione rimane, non si annulla. I limiti vanno superati non negandoli. Le opposizioni aiutano. La vita umana è strutturata in forma oppositiva. Ed è quello che accade anche nella Chiesa. Le tensioni non vanno necessariamente risolte e omologate, non sono come le contraddizioni».
Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, ha consentito al pensiero incompleto di tornare protagonista del nostro tempo, del nostro mondo. Starebbe a noi difenderlo, a partire dalla consapevolezza che incompleto deve essere il nostro.
