Giornalismo sotto attacco in Italia

Sull’autobus della vergogna

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In un articolo che appare sulla «Stampa» del 2 febbraio, Maurizio Maggiani si chiede se avessero gli occhi a terra i passeggeri dell’autobus da cui un ragazzino di dieci anni è stato cacciato dall’autista e obbligato a percorrere sei chilometri a piedi sotto la neve, in una fredda notte invernale. È un articolo che ha per tema la vergogna come impulso al miglioramento personale e sociale. Maggiani riflette anche se si sia vergognato l’ente che in un sol colpo ha quadruplicato il prezzo di poche fermate di autobus sfruttando le olimpiadi invernali. E, ovviamente, se abbia provato qualche imbarazzo il conducente, ovvero l’apparente protagonista della storia, l’esecutore principale di un’azione che, da lontano, sembra tanto più miserevole in quanto concepita e perpetrata nel paesello di San Vito di Cadore che, in attimo, ha assunto le sembianze del Leviatano dimorante in ogni grande metropoli.

Attenzione, però, ad ergerci a facili giudici di tutte i personaggi della scena appena descritta. Potrebbero essere vittime a loro volta di un sistema ben più grande: l’autista un novello Javert, o al massimo un inconsapevole aguzzino esecutore di rigide disposizioni e stretto osservante della arendtiana banalità del male. Gli altri: avidi Thénarder, spauriti don Abbondio o semplici indifferenti di fronte all’ineluttabile. In fondo la logica è la stessa dell’ambulanza che negli Stati Uniti, ancor prima che giungesse l’ICE, lascia sul lastrico la vittima che non possiede la carta di credito giusta. O il governo che sa fare la voce grossa con un cantone svizzero, sa invocare pene severissime per la piccola delinquenza ma non osa neppure trattenere un trafficante di schiavi libico, ricercato in tutto il mondo, né può richiedere con la medesima fermezza l’estradizione degli assassini di Giulio Regeni.

Rivendichiamo pure, allora, i diritti sacrosanti delle donne iraniane, scordando (les affaires sont les affaires) quelli delle donne afghane, curde, dell’Arabia Saudita…, mentre i riflettori balzano rapidi come inquadrature felliniane dalle madri di Gaza a quelle di Kyev che vedono morire i loro figli vittime di guerre dichiarate in nome del terrore e delle nuove dinamiche del dominio internazionale che il premier canadese Carney ha opportunamente chiamato «rotture». Con una Europa vilipesa e imbelle, anch’essa calata in un catatonico stato di hobbesiana impotenza tra lo scherno di altri potentati emergenti.

Ecco quindi che il sentimento della vergogna si aggroviglia con inconfessabili avidità e indicibili cause di forza maggiore che fanno scempio perfino del più radicato sovranismo, figuriamoci delle solidarietà parrocchiali di un villaggio montano.

Possiamo, certo, ora additare al pubblico ludibrio il tramviere, i passeggeri e la compagnia di quell’autobus, su cui, però, a salirci siamo stati in tanti.


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