Giornalismo sotto attacco in Italia

Le due repubbliche

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Il 9 febbraio in alcune zone d’Italia si celebra la ricorrenza della proclamazione della Repubblica Romana del 1849, avvenuta a seguito dei tumulti che indussero Papa Pio IX a fuggire dalla capitale. L’esperienza ebbe vita breve ma intensa, grazie soprattutto alla passione delle donne e degli uomini che furono protagonisti di quelle vicende.  Da Giuseppe Mazzini, triumviro insieme con Aurelio Saffi e Carlo Armellini; a Giuseppe e Anita Garibaldi; Carlo ed Enrichetta Pisacane, che combatterono valorosamente nella strenua difesa di quella rivoluzione ispirata alla “democrazia pura”. Goffredo Mameli, il giovane poeta autore di quello che sarebbe diventato l’inno italiano, morì proprio a Roma per le ferite riportate in battaglia il 6 luglio di quell’anno. Appena due giorni dopo la caduta della repubblica. Ma l’elenco dovrebbe essere ben più ampio.  

Può apparire paradossale solo fino a un certo punto che a spegnere quel sogno sia stata un’altra repubblica: la cattolica Francia di Luigi Napoleone Bonaparte, considerata, fino a pochi giorni prima, come potenziale “sorella”. Ma gli scenari internazionali, dopo le rivolte scoppiate in tutta Europa nel 1848, avevano richiesto il “ripristino dell’ordine” e il paese transalpino era parte attiva di quel sistema e, pur di far prevalere presunte ragioni di forza maggiore, non esitò a lasciare inascoltate e deluse autorevoli voci discordi, tra cui quella di Victor Hugo. 

Poche ore prima di venire sopraffatta dalle truppe del generale Oudinot l’Assemblea romana riuscì comunque a promulgare una Costituzione destinata a restare nella storia perché capace di ispirare profondamente, cent’anni dopo, le donne e gli uomini che stilarono la Costituzione della Repubblica Italiana. 

Appare dunque logico che il ricordo di quella lontana esperienza risorgimentale sia accostato alla nascita della Repubblica Italiana, avvenuta ottant’anni fa, dopo che i precedenti decenni postunitari erano trascorsi sotto l’egida della monarchia sabauda, con l’ultimo ventennio marchiato dalla dittatura fascista, dall’infamia delle leggi razziali, da politiche coloniali aggressive e, infine, da un drammatico conflitto mondiale, deliberatamente provocato. 

I tratti accumunanti le due repubbliche riguardano il loro essere sorte in seguito a un moto popolare, come atto di resistenza all’oppressione che, nel caso della repubblica italiana, fu resistenza partigiana e fede nella prassi della democrazia, anche se intesa in senso meno intransigente e più “a geometria variabile” rispetto all’esperienza del 1849.  

Nel 1946 in Italia votarono per la prima volta le donne. Non è una forzatura affermare che la preparazione a questo evento può essere fatta risalire anche agli atti che il governo mazziniano propose: pensiamo alle guarentigie riguardo i diritti umani fondamentali, a cominciare dall’abolizione della pena di morte, peraltro subito ripristinata dopo la restaurazione del papa al potere. 

Oggi, però, qualcuno legge quelle dinamiche come l’incrinatura di un antico ordine “naturale”: familiare, patriarcale. 

Altri, invece, all’opposto, hanno sottolineato quanto il cambio dell’assetto istituzionale non abbia modificato in profondità i rapporti politici e sociali e neppure i meccanismi della rappresentanza, fino ad annacquare il concetto stesso di democrazia. I Viceré di De Roberto, fino a Noi credevamo, il celebre film diretto da Mario Martone, hanno ben espresso quest’ultima linea interpretativa, sottolineando implicitamente la distanza che separa le due repubbliche. 

D’altronde Mazzini aveva messo tutti in guardia sul rischio che una forma repubblicana potesse nascondere «sostanza monarchica». E se tra quella prima, lontana, repubblica e la nostra i tratti accomunanti sono molti, altrettanto numerose risultano le dissomiglianze, gli scostamenti, acuitisi in modo particolare nel tempo delle manipolazioni facili; delle tecnologie pervasive che possono essere poste a beneficio di potentati economico-finanziari invisibili, capaci di trascendere gli stati stessi. 

Oggi abbiamo piena contezza che servili tecnocrati, manovrati da abili alchimisti del potere, possono esercitare una oppressione occulta di violenza incalcolabile tale da snaturare istituzioni e forme partecipative, fino tramutare un sogno in un incubo. Con gli eredi dei parrucconi, quelli che Mazzini lo avevano condannato a morte per intenderci, pronti a essere acclamati gattopardescamente non solo in qualità di veri eredi del Risorgimento (“senza eroi” come avrebbe scritto amaramente Piero Gobetti); ma addirittura con le stigmate degli artefici su cui far transitare il cambiamento epocale. 

Il paradosso della repubblica romana di Mazzini sopraffatta da un’altra repubblica non costituisce dunque una eccezione.  E poi, nello scenario contemporaneo, come distinguere una repubblica da una monarchia? Come non prendere atto di repubbliche che si fanno guerra l’una contro l’altra. E di altre che si ammantano disinvoltamente dei tratti autoritari tipici delle monarchie assolute, delle autarchie, delle dittature in tutto il mondo.  

Va inoltre considerato che la Repubblica Romana giunse a quella Costituzione del 1849 alla fine di un processo, dopo una esperienza di governo che fu di popolo senza essere populista. Quel documento fu un punto d’arrivo. Un messaggio a futura memoria. La Repubblica Italiana invece nacque sulle rovine di un regime sconfitto in una guerra disastrosa. Il referendum del 1946 fu vinto dai repubblicani, grazie anche al suffragio universale allargato alle donne.  Contestualmente, come già sottolineato, si elesse un’assemblea costituente che redasse appunto la Legge fondamentale ispirandosi proprio a quella esperienza lontana un secolo. Doveva essere, in questo caso, un punto di partenza, non la conclusione di un processo.  Ma quante parti della Costituzione sono state disattese o rese inapplicate da allora? Quante modificate e piegate a logiche di maggioranze che guardavano più alla gestione contingente del potere e ai rapporti fra poteri (pensiamo all’imminente referendum sulla giustizia) anziché all’interesse generale? 

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Ottant’anni di repubblica e ottant’anni di voto alle donne oggi consentono, anzi impongono, di sostenere i diritti delle donne e delle minoranze ovunque vengano violati. Pensiamo al caso iraniano. (A proposito, anche quella forma di governo si autodefinisce repubblica…) Quelle lotte, quei sostegni proclamati, però, per essere credibili e assimilabili all’esperienza della Repubblica Romana, non dovrebbero assumere i tratti, di sapore propagandistico, dell’episodicità e centellinati a seconda delle convenienze. Che dire al proposito dei diritti delle donne afghane: illuse e poi dimenticate, rigettate nude a scorticarsi dentro i loro burka in un buio che dovrebbe offendere prima noi di loro? E di quelle cecene? E delle curde?  E quelle degli altri paesi arabi “amici” con cui si stipulano proficui accordi commerciali in tempi di dazi, senza rivendicare né giustizia per Regeni, né sanzioni per Almasri? 

Sta di fatto che, se si alza lo sguardo oltre certi limitati orizzonti, appare tartufesco elargire solidarietà di circostanza alle eterne  Madres di Plaza de Mayo, piangere l’uccisione di Renée Good, per poi brindare con Milei e mostrare la deferenza dei sudditi verso Trump: non solo quando arresta Maduro, ma perfino quando rivendica la Groenlanda… Se non abbiamo più nulla da dire alle madri di Gaza, almeno qualcosa andrà chiarito a quelle di Kiev e alle donne russe, che vedono milioni di loro figli morti massacrati in un lungo e atroce conflitto scoppiato nel cuore di un’Europa divisa e invisa alle grandi potenze. Come spiegare agli ucraini una guerra e una resistenza, anche sacrosanta, se si appare titubanti per la Groenlandia; se l’Europa non si federa per essere realmente credibile; se non si ritrovano più i contesti di fondo, le alleanze e tanto meno le prospettive del domani, legate ai capricci diplomatici di politicanti e despoti che rispondono solo a logiche finanziarie o algoritmiche? 

Il fatto è che, come aveva ben spiegato Mazzini, la repubblica come forma non basta, se non viene alimentata da princìpi e dai doveri. Ma i valori  non si predicano e non si insegnano; possono essere solo praticati e vissuti, altrimenti resta quella sensazione di “guscio vuoto”, che provoca il  conseguente distacco delle persone dalle istituzioni e si rafforza l’allontanamento delle disilluse giovani e ormai demograficamente minoritarie generazioni che si sentono tradite, talvolta criminalizzate, ridotte al ruolo di consumatori da spremere. 

Giovani divisi, resi soli; come sole restano le patrie che vengono poste in guerra perenne tra loro in nome di suprematismi fondati su diseguaglianze e torbidi interessi che il grande progetto europeo non è riuscito a scalfire. E oggi quel sogno europeo, anch’esso di radici lontane e mazziniane, poi rilanciato a Ventotene, è addirittura irriso, additato come disvalore. È un principio “classista”, ci è stato spiegato con tracotante sicumera da influenti politicanti nostrani e del Vecchio continente, di cui è bene sbarazzarsi, in nome di una furba attenzione alle congiunture odierne. E pazienza se molte di queste nuove opportunità odorano tanto di deriva.  

Facile, dopo, accusare quei giovani delle loro e solitudini e paure che, in fondo,  rispecchiano le nostre.  Fin troppo comodo incitarli a maledire ineffabili dittatori lontani, quando il virus del dominio e della guerra lo stiamo incubando nei nostri cuori coi nostri sarcasmi presuntuosamente utilitaristici e pragmatici, ma in realtà solo egoisticamente aridi. 

Ecco perché oggi, in mezzo a tanto clamore e a una “modernità” irrompente, viene più istintivo tenersi nell’animo quel sogno antico che, la notte del 9 febbraio, induce ancora pochi perseveranti a porre un lumino colorato nel davanzale della finestra a ricordo di un esile pezzo di storia che si fece kantianamente utopia, fondata su una prassi dove il pensiero si tramutava in azione ad esso coerente. 

L’urgenza categorica vera sarebbe di lasciar perdere gli empiastri e i vecchi schemi paludati di violenza mischiata a un perbenismo che, peraltro, oramai non si sente neppure più il bisogno pudico di ostentare. 

Agli ultimi caparbi custodi di quei lontani ideali invece non resta che continuare a ri-cercare lo spirito originario della res publica. Un concetto antico come l’umanità, che riguarda le relazioni entro una comunità potenzialmente grande come il mondo. O che, più semplicemente, concerne il comunicare, il conoscere e incontrare gli altri: il socratico, mazziniano, «farci migliori», per dar senso al nostro breve transito su questo pianeta. Sono le basi, pensano questi ultimi ostinati sognatori, su cui si potrebbe impostare una nuova ermeneutica e le due repubbliche, parallele, attigue finché vogliamo, ma inevitabilmente distanti, potrebbero esserci restituite sotto forma di proposta attuale: credibile solo nella misura in cui saprà essere rispettosa dell’essenza di quella memoria lontana. Invece di coltivare paure e vacue nostalgie è un invito esplicito ad alimentare la speranza attraverso virtuosi messaggi universali che  all’apparenza provengono dal passato ma, ontologicamente, si stagliano in faccia al nostro avvenire. 

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Si racconta che, in un imprecisato nove febbraio dell’epoca fascista,  la notte  delle campagne romagnole sia stata rischiarata dalla tremula luminescenza sospesa su un aquilone innalzato nel vento da un gruppo di perseveranti mazziniani rimasti anonimi. Quel lumino, che non potevano porre sul davanzale della finestra a causa dei feroci divieti di un regime dispotico, lo accesero comunque, sorretti da una incrollabile fede.  Mitridatizzarono così la gravezza dell’oppressione perché avevano imparato che quando il buio si fa più fitto bisogna volare più in alto per cercare la luce.   

Riproduzione di un’opera in ceramica dell’artista Elisa Grillini, ispirata ai “lumini del 9 febbraio”. La tradizione di porre un lumino colorato sul davanzale delle finestre la sera del 9 di febbraio risale al 1849 e perdura ancora in alcune enclave della Romagna e in altre parti d’Italia come memoria della lontana epopea della mazziniana Repubblica Romana.


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