Giornalismo sotto attacco in Italia

In morte di un antifascista: Piero Gobetti

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Cento anni fa, il 15 Febbraio del 1926, moriva esule a Parigi Piero Gobetti, stremato nel corpo dalle aggressioni fasciste, indomito nell’animo: fino all’ultimo impegnato a riorganizzare l’attività editoriale, convinto che la rivoluzione contro l’autoritarismo fascista dovesse cominciare dalla cultura.

Aveva soltanto venticinque anni, aveva cominciato a pubblicare che ne aveva diciassette, con Energie Nuove, cercava nel Risorgimento italiano le radici di un cambiamento che era stato certamente frustrato dalla politica successiva all’unificazione e che sarebbe stato definitivamente soffocata dal rigurgito reazionario che produsse il Fascismo.

Era infatti persuaso che Mussolini non fosse niente di speciale, che fosse soltanto una specie di Giolitti più furbo e adeguato ai tempi, per Gobetti insomma non era il genio di Mussolini ad aver prodotto il fascismo, che piuttosto germinava da un terreno profondo della società italiana. Ecco perché Gobetti arrivò a definire il fascismo come “l’autobiografia della nazionale” e ancora più severamente aggiunse nei suoi scritti: “Ad un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio”. La rivoluzione liberale di Piero Gobetti era prima di tutto un moto dell’anima, era la intransigente e radicale rottura con il meschino compromesso morale di chi in cambio del proprio quieto vivere è pronto a barattare libertà ed autodeterminazione. Oltre a prendersela con gli “indifferenti” come già Gramsci e Matteotti, Gobetti non sopportava la piccola borghesia, quel “calderone”, “ministeriale per vocazione”, che pur di difendere i quattro spicci messi in tasca grazie all’ordine costituito era disposta a non vedere, a non sentire, a non compromettersi. 

Piero Gobetti era un liberale universalista: la libertà per Gobetti non è il bottino esclusivo di ceti privilegiati, ma la vocazione di ogni essere umano e l’unica promessa per la quale valga la pena di fare politica. La libertà di cui scrive Gobetti non ha nulla a che fare con la democrazia pallida alla quale ci stiamo abituando oggi, che pare più il regolamento interno di un club di benestanti, che il manifesto per il riscatto di ogni persona, comunque oppressa, ovunque nel Mondo. Tanto è vero che il liberale Gobetti era convinto della centralità del pensiero anarchico come momento ineludibili di critica severa ad ogni concentrazione di potere che come tale rischia di trasformarsi in abuso sui più vulnerabili. Coerentemente a questa premessa, Gobetti visse la Torino del “biennio rosso” con un senso di grande partecipazione ed ammirazione per gli operai delle grandi fabbriche mobilitati in una prospettiva rivoluzionaria e coltivò un rapporto di stima con Antonio Gramsci, il quale cogliendone tutta la genialità, lo invitò a collaborare con la rivista Ordine Nuovo, per la quale Gobetti scrisse pezzi di critica letteraria e teatrale. La vita di Gobetti è stata una ode alla centralità del pensiero che si fa azione, dell’autonomia che si fa educazione di se stessi e quindi educazione popolare, dell’organizzazione politica che muove dalla scuola permanente di formazione individuale e collettiva. Risuonano oggi forti come allora le parole con le quali Gobetti chiudeva un editoriale pubblicato su La Rivoluzione Liberale: “Bisogna avere il coraggio di non stare sul sicuro”.  


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