Giornalismo sotto attacco in Italia

In ginocchio da te, Meloni sta con Trump e non con l’Europa

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Gianni Morandi e la sua canzone della nostra giovinezza non c’entra, ma è il titolo giusto per descrivere quello che sabato 14 febbraio dovrebbero aver capito tutti gli italiani, opinionisti di fama compresi: la presidente del consiglio, dopo mesi di “tira e molla”, si è dovuta esprimere e ha scelto definitivamente di stare Trump e il suo nuovo (di)ordine mondiale contro l’Unione Europea. Scombussolati dalle parole chiare di Meloni da Addis Abeba, “Non condivido quanto ha detto Merz sul movimento Maga”, “l’Italia sarà nel board of peace da osservatore” (per aggirare quel vero nemico della Meloni che è la Costituzione), molti osservatori italiani che da un anno teorizzano il possibile ruolo di “ponte” della Meloni fra USA e UE non sanno più che pesci prendere.

Ora tutti a dire che è ovvio, che questa destra italiana è parte del trumpismo, che comunque ci sarà bisogno di lei per mediare.

Qualche modesta riflessione sui fatti: da settimane Macron, Merz, Stanmer, altri primi ministri europei, da sempre Pedro Sanchez (potremmo afittarlo per un po’?) hanno cominciato a rispondere a muso duro al presidente degli USA e stanno rilanciando, sempre troppo piano, le ragioni dell’Europa. Meloni non pervenuta. Del resto va in Africa e non a Monaco e poi pubblicamente difende i Maga. Niente di paragonabile alle deboli parole per i militari italiani morti in Afghanistan e derisi da Trump, per

L’Italia quindi sarà al controverso board della pace coloniale di Trump, anche se con il rango minore di “Paese osservatore”. Un modo per tenere un piede dentro a questa para-Onu privata orchestrata dal tycoon, senza però aderire pienamente, anche perché questa seconda ipotesi, l’ingresso a tutto tondo, avrebbe sollevato problemi con la Costituzione, sempre tutelata dal Colle. E avrebbe comportato l’esborso di un miliardo di euro, la fiche per accomodarsi ufficialmente al tavolo.

Ma le responsabilità dei media nazionali sono questa volta non difendibili. Poche ore prima delle dichiarazioni dall’Africa avevano sostenuto che fosse partita una nuova intesa italo-tedesca (la parola “asse” non andrebbe mai evocata), durata meno di una mattinata. Nessun ponte, nessuna mediazione: quando il gioco si fa duro si sta dalla parte dell’internazionale di destra che non solo garantisce, ma soprattutto interpreta la pulsione fascista anni duemila del gruppo che da Colle Oppio è risalito fino a Palazzo Chigi.

Il direttore di uno dei pochi giornali che tiene la barra al centro a la capacità di analisi, quale è La Stampa, scrive giustamente  che se il fato ci avesse assegnato il territorio canadese al posto del nostro meraviglioso stivale, oggi saremmo orgogliosamente il cinquantunesimo Stato americano. A salvarci ci ha pensato l’Oceano. Per ora. E si domanda se davvero definitivamente Giorgia Meloni resterà ancorata a questo spaventoso mondo manipolato e manipolatore e orgogliosamente illiberale e fanatico. E’ bene che gli italiani se lo domandino soprattutto andando a votare il 22 e il 23 di marzo e comincino a pensare se vorrebbero vivere in un’Italia dove al Quirinale fosse seduta questa impresentabile signora al posto del presidente Sergio Mattarella.

 

 

 


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