Da oltre quattro anni una proposta di legge di iniziativa popolare contro la propaganda fascista e nazista resta ferma in Parlamento, nonostante oltre 250mila firme raccolte e depositate alla Camera nella primavera del 2021. Una mobilitazione ampia, trasversale, certificata nelle forme previste dalla Costituzione, che avrebbe dovuto imporre almeno una cosa semplice e verificabile, cioè la discussione in Aula. Questo non è mai avvenuto. La proposta è stata assegnata alla Commissione Giustizia nel giugno dello stesso anno e da allora è rimasta confinata lì, tra rinvii, sospensioni, assenze di calendarizzazione che hanno prodotto una paralisi di fatto, mentre il tempo passava e la questione veniva progressivamente rimossa dall’agenda politica.
Oggi quella Commissione è presieduta da un esponente di Fratelli d’Italia e il quadro è sotto gli occhi di tutti. Una legge che inciderebbe direttamente sulla definizione giuridica della propaganda fascista viene tenuta lontana dal voto parlamentare, evitando che il Parlamento si assuma una responsabilità che avrebbe conseguenze chiare sul piano normativo, culturale e simbolico. Nel frattempo resta aperto uno spazio di ambiguità che non è neutro, perché consente la normalizzazione di linguaggi, simboli e pratiche che dovrebbero essere invece affrontati con strumenti legislativi chiari, sottraendo alla discrezionalità giudiziaria ciò che spetta al legislatore.
La destra che oggi governa ha dimostrato nei fatti di non voler portare questa legge a compimento. Non attraverso una bocciatura esplicita, che richiederebbe un’assunzione di responsabilità politica davanti al Paese, ma attraverso una gestione dei tempi parlamentari che la lascia ai margini, la priva di priorità e la rende inoffensiva. È una forma di blocco silenzioso, tanto più efficace quanto meno visibile, che consente di evitare il confronto pubblico e il voto, lasciando che la proposta si consumi nel logoramento del tempo.
Limitarsi a questa constatazione, però, sarebbe insufficiente. Quando la legge è stata depositata, il quadro politico era diverso e per una parte significativa del suo percorso iniziale il centrosinistra disponeva di margini reali per incidere sull’agenda parlamentare. Il Partito Democratico ha espresso sostegno politico, ha partecipato a iniziative pubbliche, ha accompagnato la proposta sul piano simbolico e dichiarativo, ma questo sostegno non si è tradotto in una pressione parlamentare continua e determinata, capace di rendere la calendarizzazione un passaggio non eludibile. Anche questo pesa, perché una legge di iniziativa popolare non si difende solo con le parole, ma con l’uso pieno degli strumenti politici disponibili nel momento in cui li si ha.
Nel frattempo il dibattito pubblico si è impoverito, oscillando tra la rimozione del problema e l’allarme permanente, due posture che finiscono per alimentarsi a vicenda senza produrre alcuna soluzione. Una legge servirebbe esattamente a interrompere questo cortocircuito, fissando un perimetro normativo chiaro e restituendo al diritto ciò che oggi viene lasciato alla polemica o alla giurisprudenza, con il risultato di una frammentazione che non giova a nessuno.
Il punto, ormai, non riguarda più solo il contenuto della proposta, ma il funzionamento stesso della rappresentanza democratica. Una volontà popolare ampia e certificata è stata lasciata senza risposta, prima per mancanza di priorità politica, oggi per una gestione deliberata dell’immobilismo parlamentare. Continuare così significa accettare che una legge voluta dai cittadini possa essere neutralizzata senza mai essere discussa, svuotando di senso uno degli strumenti fondamentali di partecipazione previsti dall’ordinamento.
A questo punto non servono nuove dichiarazioni di principio né appelli rituali. Serve un atto politico elementare e verificabile, portare la proposta in Aula e costringere il Parlamento ad assumersi fino in fondo la responsabilità del voto. Tutto il resto è tempo perso, ed è un tempo che questa democrazia non può più permettersi di sprecare.
