Giornalismo sotto attacco in Italia

Tre giornalisti uccisi ieri a Gaza mentre erano a bordo di una jeep dell’organizzazione umanitaria Egyptian Relief Committee

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I giornalisti stranieri non entrano a Gaza. In Israele è stata estesa fino alla fine del 2027 la cosiddetta Legge Al Jazeera che permette ad Israele di vietare a qualsiasi media straniero ritenuto dannoso per la sicurezza dello Stato di trasmettere nel Paese.

E nel mentre – nonostante la tregua, la fase due e il Consiglio di Pace presieduto da Trump a vita che sa di tutto tranne che di pace – si continuano ad uccidere i giornalisti palestinesi, unico sguardo e voce su ciò che accade.

Tra le 11 vittime di ieri, 21 gennaio, infatti, c’erano anche tre giornalisti: Mohammed Salah Qashta, Abdul Raouf Shaat e Anas Ghneim.

Shaat collaborava regolarmente come freelance con l’agenzia Agence France-Presse in qualità di fotoreporter e videomaker.

I tre reporter stavano lavorando nell’area di Al-Zahra, a sud-ovest di Gaza Citye e stavano documentando attività civili e umanitarie utilizzando un drone.

“Secondo le fonti palestinesi – scrive IlFattoquotidiano,it -, i giornalisti viaggiavano a bordo di una jeep di proprietà dell’Egyptian Relief Committee. Un filmato diffuso da un giornalista palestinese mostrerebbe il veicolo colpito con ben visibile l’emblema del comitato umanitario”.

Egyptian Relief Committee è un’organizzazione umanitaria egiziana attiva sulla Striscia di Gaza.

“Il Comitato egiziano di soccorso – spiega l’Espresso -, pur configurandosi formalmente come organizzazione non governativa, è stato istituito su direttiva della presidenza egiziana come misura umanitaria a sostegno della popolazione palestinese. Operativo dalla metà di ottobre 2025, negli ultimi giorni aveva intensificato le attività sul terreno, concentrandosi in particolare sulla realizzazione di un campo destinato ad accogliere le famiglie colpite dai combattimenti. L’area era descritta come uno spazio sicuro e idoneo ad accogliere le famiglie colpite, dotato di servizi adeguati a garantire un livello minimo di stabilità e una vita dignitosa”.


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