Marie Darrieusecq è scrittrice, traduttrice e psicoanalista, nata nel 1969 a Bayonne. Nel 1996 col suo libro di esordio, Troismi, ha ottenuto notevole successo, in seguito ha scritto numerosi romanzi, racconti e opere di non fiction. A quest’ultima tipologia letteraria si può ascrivere “Essere qui è uno splendore. Vita di Paula M. Beker” uscito in Francia nel 2016 e quest’anno riproposto in Italia da Crocetti. L’autrice narra la breve ma intensa vita della pittrice Paula Modersohn Beker in un originale testo scritto in terza persona; Darrieussecq fonde il racconto con stralci del diario e delle lettere di Paula e di altre persone a lei vicine e anche con sue riflessioni personali sulla vicenda della pittrice e sulla propria vicinanza all’esperienza d’artista di Paula. Le lettere che Paula e membri della sua famiglia hanno scritto sono numerosissime. La madre dopo la sua morte volle pubblicare, nonostante Rilke la sconsigliasse, le lettere della figlia che ebbero molto successo in Germania. Tuttavia, come ci avverte Darrieussecq “I manoscritti del diario e di una parte delle lettere sono stati inghiottiti dalla Seconda guerra mondiale, ma delle altre sono state ritrovate, e l’insieme è stato completato e editato di nuovo in tedesco e in due edizioni universitarie americane”.
L’obiettivo dichiarato di Darrieusseq è di far conoscere l’artista e la sua opera originale. L’autrice racconta che il suo incontro con Paula Becker è avvenuto nel 2010, quando stava allattando il suo terzo figlio e le era capitato di vedere una piccola riproduzione di una delle tante maternità di Paula: un grande nudo allungato, sdraiato con il bambino di fronte. Darrieusecq che anni prima aveva scritto il libro Una buona madre lottando contro i cliché sulla madre e capendo che certi uomini non riescono a prendere sul serio la maternità, si era chiesta chi fosse questa artista di cui non aveva mai sentito parlare e che aveva saputo rappresentare un nudo di madre col bambino che esprimeva non dolcezza, né santità, né erotismo, ma un’altra voluttà, un’altra immensa forza. Così si mette sulle tracce dell’artista, recandosi nei luoghi in cui ha vissuto e dove si conserva la sua opera. In vita Paula ha venduto solo tre quadri, altri dice nessuno, ma ora a Essen nella Ruhr c’è il bellissimo museo Folkwag dove Darrieussecq ha potuto vedere uno dei più belli fra i suoi autoritratti: L’autoritratto con ramo di camelia. Proprio questo quadro, insieme a un altro autoritratto nudo in piedi, era stato scelto dai nazisti per esporli come arte degenerata, definendo i lavori di Becker come un “ insulto alla donna tedesca e alla cultura contadina”, dove non c’ è sensibilità ed espressione del femminile materno, “Un misto disgustoso di colori, di figure idiote indicate come contadine, bambini malati, degenerati, la feccia dell’umanità”. Darrieussecq scopre invece nelle opere di Paula donne vere “donne finalmente nude: denudate dallo sguardo maschile. Donne che non si mettono in posa davanti a un uomo, che non sono guardate attraverso il desiderio, la frustrazione, la possessività, la dominazione, la contrarietà degli uomini”. E vede anche veri neonati, come non aveva visto in altri quadri, ma come vedeva nella realtà.
Paula Becker è nata a Dresda nel 1876 da una famiglia della media borghesia che l’ha aiutata e sostenuta sempre. A sedici anni si reca in Inghilterra presso una zia per imparare tutto sulle faccende domestiche, ma si mette anche a disegnare e prende lezioni alla London School of Arts e in seguito a Berlino da ottimi insegnanti fra cui Kathe Kollwitz. La famiglia asseconda questa sua inclinazione anche perché nel ’95 ottiene il diploma di istitutrice, ma lei non comincia subito a lavorare. Ha ricevuto da uno zio un piccolo gruzzolo e decide di impiegarlo per seguire i rinomati corsi di Mackensen. Si istalla a Worpswede, nella campagna di Brema, dove risiede una colonia di artisti antiaccademici che dipinge all’aria aperta, esercitandosi su paesaggi rurali e personaggi dell’ambiente circostante. Qui stingerà una forte amicizia con la scultrice Clara Westhoff e conoscerà Rilke col quale stabilirà un intenso rapporto, che durerà tutta la vita. Alla fine lui però sposerà Clara, da cui avrà una figlia, ma il matrimonio durerà soltanto un anno. A Worpswede Paula sarà attratta dal pittore Otto Modersohn, che è sposato e ha una bambina di due anni, ma dopo qualche tempo la moglie muore e in breve tempo i due si sposano. La famiglia di Paula accetta il matrimonio, pretende solo che prima Paula parta per l’Inghilterra per frequentare un corso di cucina. Già prima del matrimonio Paula si era recata a Parigi dove aveva preso lezioni all’Accademia Colarossi e seguito corsi di anatomia alla Scuola di belle arti che dal 1900 ha aperto le porte alle ragazze. Parigi con la sua vita artistica la affascina e anche negli anni successivi vi tornerà periodicamente scoprendo l’arte di Cézanne, Rodin, Denis, Matisse e i ritratti di defunti dipinti su papiro scoperti a Fayyum, nell’Egitto romano. Nonostante l’affetto per Otto e la bambina Paula si sente limitata dalla vita matrimoniale e nel 1906 parte con la volontà di stabilirsi a Parigi definitivamente nonostante le difficoltà economiche. Con ostinazione affronta l’ esperienza parigina, la mancanza di denaro, il peso della solitudine, l’impasse della sua indipendenza spinta dalla volontà di diventare qualcuno: “ Non sono più Modersohn e non sono nemmeno più Paula Becker. Io sono Me e spero di diventare Me sempre di più” come ripete nelle sue lettere.
Otto l’aiuta, ma insiste perché torni; a settembre la raggiunge nuovamente a Parigi e la convince a riconciliarsi. Paula ormai ha conseguito la padronanza dei suoi mezzi espressivi, interpreta con originalità le ultime tendenze dell’arte contemporanea, sa quel che vuole e dipinge con forme piatte e colori simbolici. Nel 1906 ha dipinto il famoso Autoritratto per il sesto anniversario di matrimonio in cui compare in piedi, di tre quarti, nuda, cinta solo ai fianchi da un drappo bianco, unico ornamento una collana di ambra, che a contatto della pelle si riteneva portasse benessere. Ha la mano destra sul ventre rotondo di una donna al quarto, quinto mese di gravidanza. La cosa particolare è che il 25 maggio del 1906, anniversario del matrimonio, Paula non è incinta; crea un autoritratto come autofinzione, esprime forse il suo desiderio di maternità ( diventare madre l’attraeva e la terrorizzava). “Si dipinge come vuole lei, e come se lo immagina: dipinge una sua immagine. Bella, gioiosa, un po’ giocosa”. E’ la prima volta che una donna si dipinge nuda, poiché si discute ancora se la prima donna nuda dipinta da Artemisia Gentileschi in Susanna e i vecchioni sia un autoritratto. Paula resterà incinta dopo poco e nel novembre 1907 partorisce Mathilde. La gravidanza e il parto son stati difficili, dopo il parto il medico impone che stia a letto per diciotto giorni; quando si alza è colta da una embolia e muore. Sembra che prima di morire abbia pronunciato le parole “Wie shade”, che peccato. E’ proprio per questa parola, dice Darrieussecq che ha scritto questa biografia “perché è un peccato … Perché avrei voluto che vivesse. Voglio far conoscere i suoi quadri. Raccontare la sua vita. Voglio renderle giustizia: vorrei restituirle l’essere qui, lo splendore..”. Nel primo anniversario della sua morte l’amico Rainer Maria Rilke scrive in sua memoria Requiem per un’amica. Nel 1927 un mecenate di Brema fa costruire la “Casa Paula Becker – Modersohn”, che raccoglie la sua opera. Nel dopoguerra è stata ricostruita come era prima e si trova nella via più turistica di Brema.
