Negli ultimi mesi L’Aquila è tornata spesso al centro del discorso pubblico come città chiamata a rappresentare un’idea di cultura che non riguarda soltanto il patrimonio artistico o la programmazione degli eventi, ma il modo in cui una comunità sceglie di raccontare se stessa, la propria storia e il rapporto con i valori repubblicani che ne hanno segnato il percorso. Non è un dettaglio secondario per un territorio che ha attraversato l’occupazione nazifascista, la Resistenza e la Liberazione e che porta su di sé una memoria riconosciuta dallo Stato italiano con la Medaglia d’Oro al Merito Civile conferita alla Provincia dell’Aquila per il contributo dato alla lotta di Liberazione e per il sacrificio della popolazione. È dentro questo orizzonte, fatto di riconoscimenti ufficiali e responsabilità istituzionali, che va collocata la presentazione dell’Aquila come Capitale italiana della Cultura 2026, avvenuta alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e con il sindaco Pierluigi Biondi a rappresentare la città, fascia tricolore indossata. È importante chiarirlo perché ciò che accade dopo non avviene dal palco né durante il momento ufficiale della cerimonia, ma a margine dell’evento, nell’area riservata alla stampa e alle interviste, dove il sindaco si ferma a rispondere alle domande dei cronisti.
In quello spazio, che non è informale ma parte integrante della comunicazione istituzionale, un giornalista dell’ANSA gli chiede se si dichiari antifascista. La risposta è documentata e pubblica. Biondi rifiuta di definirsi tale e accompagna quel rifiuto con una battuta che riduce l’antifascismo a una categoria derisoria, accostata al tifo calcistico. È una risposta pronunciata da un sindaco della Repubblica, esponente di Fratelli d’Italia, che sceglie di prendere le distanze da una parola che non è un accessorio ideologico ma il presupposto storico e costituzionale delle istituzioni che rappresenta. La gravità di quelle parole non sta nel tono né nella ricerca dell’effetto, ma nella leggerezza con cui viene trattato un principio fondativo, trasformato in un fastidio semantico da liquidare con una battuta. In una città e in un territorio cui la Repubblica ha riconosciuto un ruolo nella lotta di Liberazione, quella distanza assume un significato che va oltre il singolo episodio e interroga il rapporto tra memoria istituzionale e responsabilità di chi governa. Quando il giornalista dell’ANSA insiste e chiede conto dell’opportunità di quella posizione, soprattutto alla luce del contesto e della presenza del Capo dello Stato, la risposta non entra nel merito e non chiarisce il nesso tra ruolo istituzionale e rifiuto dell’antifascismo. Si sposta invece sull’interlocutore, ne mette in discussione la comprensione e suggerisce che un eventuale chiarimento possa avvenire in un confronto riservato, fuori dallo spazio pubblico. È un passaggio che merita attenzione perché mostra insofferenza verso il controllo giornalistico e una difficoltà ad accettare che una domanda su valori fondativi sia non solo legittima, ma doverosa.
In questo intreccio tra il rifiuto di assumere fino in fondo il linguaggio della Repubblica e il fastidio per chi chiede conto di quella scelta si intravede un’idea di istituzione che percepisce come estraneo tutto ciò che richiama limiti, vincoli e responsabilità storiche. È lo stesso orizzonte culturale che emerge nella decisione di intitolare un premio a Gioacchino Volpe, figura che fu deputato del Partito Nazionale Fascista e propagandista del regime. Ricordarlo non significa indulgere in giudizi sommari, ma limitarsi a un dato storico che acquista un peso particolare quando viene richiamato da chi, nel presente, mostra fastidio verso l’antifascismo e ne relativizza il significato istituzionale e civile. Messe insieme, la “battuta” sull’antifascismo, l’atteggiamento verso il giornalista che chiede conto di quella posizione e il riferimento simbolico a Volpe non appaiono come episodi isolati, ma come elementi di una stessa visione del rapporto tra istituzioni, memoria e controllo democratico. In una città insignita per il contributo dato alla Liberazione, e in un contesto pubblico segnato dalla presenza del Presidente della Repubblica, ogni parola e ogni gesto assumono un peso che non può essere ridotto a fraintendimento o ironia, perché contribuiscono a definire il rispetto dovuto alla storia repubblicana e a chi, per ruolo e funzione, è chiamato a rappresentarla.
