Giornalismo sotto attacco in Italia

La grande catastrofe nell’ultimo poderoso romanzo di Ian Mcewan

0 0

Un’aggressione all’Occidente da parte della Russia di Putin, mascherata da incidente per un calcolo ingegneristico, ha inabissato un missile a quattromila miglia dalla costa del New Mexico provocando il Grande Disastro. Le onde alte settanta metri si sono avventate sull’Europa, l’Africa Occidentale e il Nordamerica. Intere metropoli sono state sommerse, Lagos, Londra, Rotterdam, Amburgo, quasi tutta Parigi. Un elenco interminabile di città finite sott’acqua. La Gran Bretagna si è trasformata in un arcipelago di isolette, e nelle centinaia di milioni di morti causati dalla catastrofe è sopravvissuto solo chi è riuscito a rifugiarsi in tempo nelle terre alte.

“Tuttavia nessuno degli scontri nucleari del ventunesimo secolo portò alla guerra totale e all’estinzione del genere umano. Non eravamo completamente privi di ragione, dopotutto”.

“Quello che possiamo sapere” è un romanzo ambientato negli anni successivi a un fatidico 2142, cioè tra più di un secolo a partire da oggi, un arco di tempo in cui è accaduto ciò che il mondo intero si aspettava e temeva.

L’intero ecosistema è stato radicalmente sovvertito, e l’umanità è regredita all’improvviso a uno stato di penuria in cui non si fa che favoleggiare sul secolo precedente come di un autentico paradiso perduto: la natura lussureggiante, la bellezza di fiori, piante, il ciclo splendente delle stagioni, l’inesauribile varietà di cibi straordinari, vini pregiati, benessere diffuso, lusso, tecnologia super sofisticata, sicurezza personale; tutto ciò che sembrava scontato e immutabile è sparito, ingoiato dal gorgo rovinoso.

“Millenni di espressioni culturali erano stati spazzati via, ma ne sopravvivevano copie multiple in sequenze di zero e di uno. Istituzioni ricostruite in tempi rapidi cercavano sede su territori il più in alto possibile, per sfuggire a eventuali ondate future”.

Leggendari musei d’arte sono sprofondati sotto il mare, opere immortali giudicate prodigi della creatività sono andate definitivamente perdute. Malgrado ciò i sopravvissuti sono riusciti a salvare memorie di cui studiano instancabilmente i reperti.

In base alla necessità di sopravvivenza la ricerca scientifica occupa il primo posto negli ordinamenti scolastici e universitari dove le discipline matematiche e tecnologiche godono dei maggiori benefici finanziari, mentre le facoltà umanistiche sono diventate i fanalini di coda. Ma i letterati tentano instancabilmente di rovistare nel passato alla possibile rievocazione di una Età dell’Oro considerata dai più forse il periodo più felice nell’intera storia dell’umanità.

Thomas Metcalfe, un professore sui quarant’anni studioso di poesia del periodo 1990-2030, si è appassionato a un poeta considerato in assoluto il vertice più alto di quell’epoca lontana. Il nome è Francis Blundy autore della “Corona per Vivien”, un componimento leggendario del quale si è persa ogni traccia: sono quindici sonetti incatenati “in cui l’ultimo verso di ciascuno doveva essere il primo del successivo. Il quindicesimo sonetto la «Corona» appunto, doveva ripetere i primi versi dei precedenti quattordici e avere un senso compiuto”. Un’impresa formidabile scritta dal poeta in occasione del compleanno della moglie Vivien, creatura femminile di cui il ricercatore si è virtualmente innamorato.

Si presenta per lui la necessità di affrontare un viaggio verso la biblioteca Bodleiana, nel nord del Galles, per consultare di nuovo gli archivi, benché già arcinoti, nel tentativo di trovare sia pure un minimo indizio per il ritrovamento del Poema. In crisi coniugale con Rosa, la bella moglie che lo sta tradendo, il professore affronta il viaggio ad altissimo rischio per carenza di mezzi di trasporto, e parte all’avventura animato da fede e ingegno inesauribili. La fortuna lo assiste, contro ogni previsione si imbatte in un dettaglio in cui appare plausibile il seppellimento, prima del Grande Disastro, dell’unica copia esistente della «Corona» nella residenza di campagna del poeta, ridotta ormai a scarsi ruderi in un’area impervia e acquitrinosa.

L’avventura che si prospetta lo travolge, e contagia anche Rosa in una rinnovata complicità. Insieme debbono assolutamente raggiungere il Casale dei Blundy, la residenza appartata in cui il grande poeta e sua moglie Vivien si erano ritirati lasciando Oxford. In quel inaccessibile ‘buen retiro’ il poeta aveva organizzato, nel 2014, la gran festa di compleanno per la moglie, durante la quale aveva dato pubblica lettura, a un manipolo di ospiti scelti, della composizione scritta su pergamena. Un omaggio senza precedenti, un regalo unico e irripetibile all’amata, avendo l’autore distrutto tutte le versioni precedenti e persino gli appunti di lavoro. Da quel giorno il poema era scomparso alla vista; e Tom vuole realizzare, ritrovandolo, il colpo accademico del secolo, dissipando il mistero che l’avvolge. In capo a rocambolesche vicissitudini i due coniugi, intrepidi cacciatori di memorie, ritrovano infine una cassetta di metallo seppellita poco lontano dalle rovine smozzicate del casale fatidico. Dentro quello scrigno perfettamente conservato a distanza di un secolo, è contenuta una rivelazione raccapricciante, un segreto agghiacciante.

La prima parte del romanzo si compone di ventuno rapidi capitoli, in cui osserviamo da spettatori un mondo diverso dal nostro tramite un racconto che potremmo definire distopico, un altrove immaginario, in cui i posteri tentano di ricostruire un passato non troppo remoto, che per noi è il presente quotidiano. Ma questa sezione è soltanto l’estrosa e astutissima trovata per tirare la fuga della seconda parte della storia, affidata a un’unica incalzante narrazione da cui si fa davvero fatica a staccarsi anche solo per bere un bicchier d’acqua.

Al centro dell’ordito la figura di Vivien, di cui Tom è attratto come da una creatura vivente: una femmina incapace di fedeltà, che attira intorno a sé il vortice degli accadimenti datati a un anno preciso, il 2014, ma decisamente avulsi da ogni catalogazione di tempo e di luogo. Poiché la protagonista rappresenta quel groviglio di contraddizioni inseparabile dall’animo umano, assai arduo da districare, e persino da giudicare.

I decenni che ci sono stati dati in sorte, sono guardati attraverso lo spietato cannocchiale temporale dello scrittore, che delinea in filigrana lo scempio epocale sotto i nostri occhi:

“Che dire della sconsiderata venerazione della gente per gli autocrati? Come ignorare, come perdonare tutto il male che quei tempi ci avevano consegnato in eredità, il veleno che avevano scaricato negli oceani, le foreste che avevano depredato, la terra e i fiumi che avevano devastato, e il Grande Disastro di cui erano stati consapevoli ma che non avevano voluto evitare? Avevano fatto terra bruciata, con uno sdegno scriteriato per le generazioni a venire”.

La catastrofe ambientale, in grado di cancellare dalla terra la nostra civiltà, non è altro che il riflesso, indubbiamente la metafora, della catastrofe in corso nel cuore e nella coscienza dell’essere umano.


Iscriviti alla Newsletter di Articolo21

Articolo21
Panoramica privacy

Questo sito Web utilizza i cookie in modo che possiamo fornirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web trovi più interessanti e utili.

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.