Giornalismo sotto attacco in Italia

Il messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni è allarmante

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Più che allarmato il messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni è allarmante. E allarmante è parole “cauta”, come è giusto che sia quando si parla di un papa come Leone XIV, sempre attento a non cedere alla radicalizzazione dilagante nel nostro mondo, in questa nuova epoca che stiamo vivendo e che è segnata proprio dalla radicalizzazione, dalla polarizzazione. Tutto parte dalla necessità di avere un nome e un volto, che fondano la comunicazione tra persone. La sfida posta dall’intelligenza artificiale rischia di diventare una sfida a questo, e quindi di divenire una sfida antropologica: “Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi.  Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi”. E qui entra in ballo la sfida che l’Intelligenza Artificiale pone alla sopravvivenza del  pensiero critico.

 

Infatti Leone nota  che “algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale”. Ci si affida acriticamente proprio alla citata Intelligenza Artificiale come fosse un’amica onnisciente, un oracolo. Dunque questa Intelligenza Artificiale non rimane uno strumento utile, che aiuta a gestire la comunicazione, ma può erodere le nostre capacità emotive e comunicative. Perché mai? “ Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine”. Ecco il primo terribile punto cui giunge: “ Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce”.

 

Infatti non c’è solo la creazione di musica o film, sembra che non siamo distanti dagli amici virtuali: “ Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone”.

 

L’uomo quale essere relazionale si ritrova così in una comunicazione artificiale che lede il tessuto sociale, culturale e politico della società. Questa comunicazione infatti ci costruisce intorno una realtà artificiale, fatta a nostra immagine e somiglianza, togliendogli la conoscenza dell’altro e quindi esasperando i pregiudizi: “ La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti”. La conclusione a cui giunge questo ragionamento è chiara: “Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”.

La proposta di Leone non è quella di fermare l’intelligenza artificiale, ma di guidarla, rendendola dunque un’alleata non una nemica. C’è la responsabilità dei proprietari delle grandi piattaforme on line, che non possono pensare alla masticazione dei profitti: poi c’è la responsabilità dei progettatori e soprattutto dil legislatori,  “ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole”. Ma anche i media devono fare la loro parte, ricordando che loro devono conquistarsi la fiducia dei pubblico “con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi”. Qui non poteva  che far giungere un appello decisivo: “ I contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità”.


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