Giornalismo sotto attacco in Italia

Il filo rosso sangue che lega la Sicilia occidentale. Palermo, Trapani, Alcamo, quella stagione di delitti e stragi

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C’è un errore che ancora oggi si compie, quello di tenere distinti gli episodi che sono dentro la terribile stagione di stragi e delitti dagli anni ’70 sino al 1993. Ci sono i comuni denominatori, Cosa nostra innanzitutto, la politica che siede al tavolo con i mafiosi, con i loro rappresentanti, i colletti bianchi, una stagione segnata dal sostegno che la mafia garantisce alla Dc prima e al Psi dopo, da Andreotti a Craxi, la presenza della massoneria segreta e deviata che apre i suoi salotti ai vertici dei servizi segreti in mano a esponenti della destra, come il generale Vito Miceli, il giallo sui golpe, la presenza di Gladio, i traffici di armi, sulle stesse rotte si commercia la droga, le banche che riciclano il denaro. Dalla strage dei due Carabinieri, Apuzzo e Falcetta, ammazzati 50 anni addietro nella loro casermetta di Alcamo Marina, al delitto del giornalista catanese Giuseppe Fava, il primo a dire della mafia che sedeva in Parlamento, dal delitto del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella a quello del magistrato Gian Giacomo Ciaccio Montalto, dalla strage di Pizzolungo all’assassinio di Mauro Rostagno, e poi le stragi di Capaci e Via D’Amelio, le bombe di Milano, Roma e Firenze.

Le vicende giudiziarie, i processi, con le assoluzioni che pesano più delle condanne, sono staccate, la storia ci dice altro. Trapani crocevia delle trame che stanno dentro tragici accadimenti. Nel 1977 ci fu un poliziotto che mise nero su bianco quella strategia, che vedeva mafia ed eversione di destra unite nel loro piano di morte, un piano che serviva a certa politica. Giuseppe Peri era il capo della Squadra Mobile di Trapani, il suo nome oggi non viene ancora adeguatamente ricordato come merita. Scaricato dai suoi superiori, inascoltato dai magistrati, il suo rapporto finito in archivio, letto oggi sembra fotografare ancora l’attualità che si scorge scorrendo gli atti della Procura di Firenze sui mandanti esterni delle stragi del 1992 e 1993. Peri morirà di crepacuore, dentro un ufficio ricavato in un sottoscala della Questura di Palermo.

Cosa nostra che accetta di fare da service per delitti e stragi, in cambio chiede che in Sicilia occidentale i “cani” restino attaccati, niente indagini e inchieste clamorose. Questa parte dell’isola tra gli anni ’70 e ’90 è terra dove raffinare eroina, fare traffici di armi, concedere lasciapassare a servizi segreti , riempire polveriere di armi, permettere a Cosa nostra il controllo su banche ed economia, gestire gli appalti, trasformare le città con i sacchi urbanistici. Cossiga e Craxi sono i potenti presidenti del Consiglio di quegli anni, il primo si porta dentro segreti inconfessabili, l’altro viene a Palermo a festeggiare l’epopea del “Garofano”, mentre dentro Cosa nostra passa il messaggio di smetterla con il votare scudocrociato. Siamo alla vigilia della nascita di Forza Italia, guarda caso anche qui la radice è siciliana, da Marcello Dell’Utri ai fratelli Graviano, dai Messina Denaro al senatore D’Alì.

Una escalation criminale che ha un fine “mettere le mani sul Paese” e quindi ci sono personaggi scomodi dai quali liberarsi in fretta. Mattarella, Ciaccio Montalto, Carlo Palermo, Mauro Rostagno, gli unici che più o meno consapevolmente hanno in mano i fili di queste trame.

Trapani e i suoi segreti: Gladio, la loggia segreta Iside 2, la latitanza trentennale di Matteo Messina Denaro, quel tritolo che viene usato dall’attentato al Treno Rapido 904 del 24 dicembre 1984, all’attentato di Pizzolungo del 2 Aprile 1985, che doveva uccidere il pm Carlo Palermo e fece scempio di Barbara, Salvatore e Giuseppe, la famiglia Asta, dalla fallita strage dell’Addaura, primo attentato a Giovanni Falcone all’attentato che distrusse la casa dell’ex sindaco di Palermo Elda Pucci, dalla strage di Via D’Amelio a quelle del 1993. Tritolo potenziato con il sentex che i mafiosi trapanesi custodiscono gelosamente.

Mattarella guardava parecchio alla provincia di Trapani. Era interessato alle dinamiche politiche, aveva intuito che qui non era solo politica. Nel comitato provinciale della Dc sedevano i cugini Salvo, e nessuno aveva nulla da dire. E’ tra i primi che chiude le porte in faccia ad un rais del suo partito, Pino Giammarinaro, politico salemitano, e a Salemi comandano i Salvo. Ucciso Mattarella guarda caso Giammarinaro farà carriera a capo degli andreottiani trapanesi, fidatissimo del potente leader della corrente in Sicilia, Salvo Lima. E’ quella parte della Dc che non nasconde di parlare con la destra. E Cosa nostra ringrazia, perché è il tavolo dove siede sulla poltrona di comando.

Non ci sono realtà distinte. Mafia ed eversione di destra, Cosa nostra e politici destroidi, costituiscono un’unica entità, e questa alleanza dominerà gran parte del precedente secolo, e oggi non è scomparsa , è trasformata, ripulita, modernizzata c’è ancora, governa il Paese. Un Paese dove non servono più le armi per zittire i nemici, bastano un paio di leggi, scassare la giustizia e imbavagliare l’informazione, e il gioco è fatto.

Eppure tutto questo nel 1976 lo aveva scritto un poliziotto trapanese, Giuseppe Peri.

 

(Nella foto Giuseppe Fava)


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