Avrebbe compiuto 78 anni oggi Peppino Impastato. 78 come l’anno in cui è stato ucciso. L’anno in cui sono nata. L’anno della morte di Aldo Moro trovato il 9 maggio, come lui. Mi sono sempre sentita legata a lui, come ad un amico, grazie a chi di lui mi ha sempre parlato, grazie all’antimafia che ho respirato in famiglia e grazie a quel film “I Cento Passi” che vidi la prima volta a Sermoneta, al Belvedere, alla presenza di Luigi Lo Cascio. E poi grazie a mamma Felicia e a Giovanni, suo fratello, che hanno combattuto e lottato per la verità non lasciando che i depistaggi, le calunnie e le falsità prendessero il sopravvento.
Ho marciato nel suo nome, ho cantato a squarciagola e ho pianto rileggendo la sua storia, vedendo il film e anche degli spettacoli teatrali che mi hanno fatto conoscere altre persone impegnate e della stessa parte.
E poi sono stata da lui, nella sua terra, in quei giorni di maggio in cui le strade si popolano di ragazzi provenienti da tutte le parti di Italia, di giovani che rinunciano alla gita scolastica all’estero pur di essere lì a fare memoria, diventando staffette di un messaggio eterno di pace e resistenza.
Ho dormito in un bene confiscato alla mafia in quelle terre e, insieme ad alcuni amici, sono andata a pulire quel luogo, quello in cui lo hanno ucciso, prima della commemorazione (quando ancora il casolare in cui è stato ucciso era in stato di abbandono) e poi ho mangiato nella pizzeria che gestisce Giovanni, quella pizzeria. Dove ho conosciuto sua figlia Luisa che, pur non avendo mai incontrato lo zio, ha deciso di dedicarsi alla sua memoria, non arretrando mai di un passo.
E poi ho cantato migliaia di volte la canzone dei Modena City Rambles, in mille modi, in mille luoghi diversi, e sono stata a Radio Aut e ho conosciuto i suoi amici di ieri e visitato la sua casa e ho visto quanto c’è da fare ancora non solo in Sicilia, ma ovunque. In quei luoghi in cui l’assenza di memoria non rende liberi di scegliere. Quante cose scriverebbe, quante parole sarebbero da lui pronunciate in quella radio che forse occuperebbe ancora per parlare di mafia, di diritti violati e di quella bellezza che è prima di tutto interiore e che il potere, le violenze e le guerre sembrano voler spegnere…
Gli ho dedicato una favola anni fa, si chiama “I trampolieri” perché ho sempre immaginato Peppino come una persona alta, capace di fare passi lunghi, di guardare da altezze precluse ai più. Come qualcuno a cui è stata tolta la possibilità di continuare a camminare con il suo corpo, ma che ha trovato migliaia di altre gambi capaci di sostenere le sue idee e farle giungere fino a qui e oltre…
“Era maggio quando Peppino andò via, lasciando una scia di malinconia. Ma il suo percorso in quella terra era terminato, perché tutto ciò che serviva aveva dato. Ad altro luogo era destinato, per liberare altre coscienze da Palermo a Trento fino a Firenze. Le sue parole oggi conoscono tutti grandi, piccoli, belli e brutti, ma c’è voluta molta determinazione per arrivare a quella canzone che di Peppino è stata la consacrazione. Ogni volta che la cantiamo e i 100 passi percorriamo le nostre gambe allunghiamo e Peppino riportiamo sulla nostra amata Terra che vorremmo sempre più bella!”.
Buon cammino a tutti!
