La scomparsa di Valeria Fedeli lascia un vuoto che non riguarda soltanto il campo della rappresentanza istituzionale, ma investe una tradizione politica più ampia: quella di una sinistra capace di tenere insieme conflitto sociale, femminismo e costruzione di alternative concrete. Non è un vuoto simbolico, né semplicemente generazionale. È la perdita di una figura che ha attraversato il lavoro, il sindacato e le istituzioni senza mai recidere il legame con le condizioni materiali da cui aveva preso le mosse.
Valeria Fedeli non è stata una dirigente “per caso”. La sua traiettoria politica nasce dall’esperienza diretta del lavoro femminile, in un contesto storico in cui la subordinazione delle donne era parte integrante dell’organizzazione capitalistica della produzione e della riproduzione sociale. Nata a Treviglio nel 1949, formatasi come assistente sociale e poi insegnante nella scuola dell’infanzia a Milano, incontra precocemente la realtà di un lavoro precario, sottopagato e scarsamente riconosciuto. È lì che matura un femminismo radicalmente materiale, distante tanto dalle astrazioni accademiche quanto dalle retoriche individualiste dell’emancipazione.
L’ingresso nel sindacato, all’interno della CGIL, rappresenta per Fedeli la possibilità di trasformare una condizione diffusa in soggettività politica. Come responsabile del coordinamento donne nella Funzione Pubblica e successivamente come segretaria generale della categoria dei tessili, uno dei settori più femminilizzati e sfruttati del sistema produttivo, costruisce una pratica sindacale che assume il lavoro delle donne come terreno centrale del conflitto di classe. La battaglia per la parità salariale, per i diritti di maternità, contro il ricatto tra lavoro e vita familiare non è mai stata, per lei, una rivendicazione “di settore”, ma una critica strutturale all’organizzazione capitalistica del lavoro.
Per Fedeli, il lavoro non è semplicemente occupazione, ma condizione di autonomia e possibilità concreta di sottrarsi alla dipendenza economica, che resta uno dei principali dispositivi di riproduzione della subordinazione di genere. In questo senso, la sua azione si colloca dentro una tradizione femminista della sinistra che rifiuta l’idea di emancipazione come successo individuale e insiste sul nesso tra sfruttamento economico e dominio patriarcale.
Un altro terreno decisivo della sua azione politica è stato quello del linguaggio. La battaglia per l’uso dei femminili professionali — ministra, sindaca, ingegnera — è stata spesso liquidata come marginale o simbolica. Fedeli ha sempre respinto questa lettura, rivendicando il carattere profondamente politico della questione linguistica. Il linguaggio non descrive semplicemente la realtà: la produce, la rende pensabile, delimita chi può essere riconosciuto come soggetto legittimo nello spazio pubblico.
In un contesto in cui le donne continuano a essere sistematicamente sottorappresentate nei luoghi di potere, l’insistenza sulla nominazione non è un vezzo identitario, ma un intervento sull’ordine simbolico che naturalizza l’eccezionalità delle presenze femminili. Le resistenze incontrate su questo terreno, anche a sinistra, rivelano quanto il patriarcato sia incorporato nelle pratiche quotidiane e nei dispositivi culturali della politica.
Questa stessa impostazione attraversa il periodo in cui Fedeli ricopre il ruolo di Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. La difesa dei percorsi di educazione alle differenze nelle scuole si colloca dentro una concezione dell’istruzione come spazio di prevenzione della violenza e di costruzione dell’eguaglianza sostanziale. Contro le campagne di disinformazione che hanno dipinto l’educazione di genere come imposizione ideologica, Fedeli ha sostenuto che il rispetto, il consenso e la libertà non sono dati naturali, ma apprendimenti sociali.
La scelta di non arretrare di fronte agli attacchi, pur consapevole del costo politico, segnala una differenza netta rispetto a una cultura politica spesso incline alla moderazione tattica. In gioco non c’era una misura amministrativa, ma l’idea stessa di scuola pubblica come istituzione capace di contrastare la riproduzione delle disuguaglianze.
Nel 2011, Valeria Fedeli è tra le protagoniste di Se non ora, quando?, una mobilitazione che ha segnato una discontinuità nel panorama politico italiano. In un contesto dominato dalla mercificazione del corpo delle donne e da una rappresentazione sessista sistemica, quella piazza ha rimesso al centro una critica femminista del potere simbolico. Fedeli ha contribuito a costruire uno spazio capace di tenere insieme differenze generazionali e politiche, senza rinunciare a una lettura strutturale dei rapporti di potere.
Il femminismo di Fedeli non è mai stato un progetto separato. Ha sempre parlato agli uomini, chiamandoli in causa come soggetti responsabili di una trasformazione collettiva. Ha guardato alle nuove generazioni non come a un problema da governare, ma come a una possibilità politica da accompagnare.
La sua scomparsa interroga oggi una sinistra spesso priva di figure capaci di connettere il lavoro, il femminismo e le istituzioni senza neutralizzare il conflitto. Ricordare Valeria Fedeli non significa celebrarne il profilo, ma misurarsi con un’eredità politica esigente: quella di una pratica che rifiuta la separazione tra umanità e politica, tra giustizia sociale e libertà delle donne.
In un tempo in cui l’ingiustizia tende a essere normalizzata e depoliticizzata, la lezione di Fedeli resta attuale: la parità non è una questione di linguaggio inclusivo fine a se stesso, ma di riconoscimento materiale della realtà e di trasformazione dei rapporti di potere che la producono.
