Nel momento in cui l’amministrazione Trump nega il visto d’ingresso all’ex commissario europeo al Mercato interno e ai servizi, Thierry Breton (autore, fra gli altri provvedimenti, del Digital Services Act, il regolamento varato per tutelare la cittadinanza dallo strapotere delle Big Tech), e ad altri importanti funzionari del Vecchio continente, nel momento in cui la stessa amministrazione prova a mettere sotto controllo l’informazione, o quanto meno ad addomesticarla, come dimostrano in maniera eclatante il caso della CBS (messa in mano a un influencer MAGA per censurare contenuti sgraditi) e il tentativo di accaparrarsi la Warner Bros per interposto Larry Ellison (a breve capo di TikTok nonché già proprietario di Paramount), strappandola alla galassia di Netflix e provando a impossessarsi persino della CNN, e nel momento in cui questo atteggiamento fa scuola anche sull’altra sponda dell’Atlantico, come c’era da aspettarsi e come stiamo vedendo ad esempio in Francia (dove l’estrema destra ha messo nel mirino, anche attraverso una farsesca commissione d’inchiesta parlamentare, il servizio pubblico, annunciandone, in caso di vittoria, la privatizzazione, cioè lo smembramento e la cessione a magnati amici), è evidente che nulla sarà più come prima. Il tycoon newyorkese, purtroppo tornato presidente degli Stati Uniti e capace in un anno di sovvertire l’ordine globale e instaurarne uno nuovo, basato sulla forza e sulla mutua assistenza fra poteri megagalattici e antidemocratici, accomunati dal desiderio di spartirsi il pianeta, si conferma ciò che temevamo: uno strenuo avversario, per non dire di peggio, del concetto di democrazia, almeno per come l’abbiamo inteso negli ultimi ottant’anni.
Se Trump dichiara guerra alla democrazia
Guai dunque a limitarsi a criticare la pur discutibile Unione Europea. Certo, le varie von der Leyen, Kallas, Metsola e via elencando si confermano le migliori alleate del trumpismo e del putinismo arrembanti, ma non saranno questi ultimi a salvarci. Non sarà l’estrema destra, comunque la si declini, a restituirci dignità e speranza. Non saranno gli autocrati a riscattare gli ultimi e gli esclusi, vittime di una globalizzazione dissennata e senza regole che ha finito con lo sgretolare le nostre società.
Mai come ora, abbiamo il dovere di non tacere. Non possiamo accettare, infatti, che l’Unione Europea venga sottoposta a simili atti di prepotenza, anche se i suoi rappresentanti non solo non ci piacciono ma li riteniamo corresponsabili del disastro cui stiamo andando incontro. Da queste parti, sia chiaro, non abbiamo mai fatto sconti: né agli aspiranti dittatori né ai dittatori conclamati né alla NATO, di cui al contrario abbiamo persino messo in dubbio l’utilità nel contesto attuale, né a chi si ostina a parlare di riarmo senza fornire alcuna alternativa e senza mai esplorare la via diplomatica per la soluzione di un conflitto, quello russo-ucraino, che sta conducendo le nostre economie nel baratro e il nostro stato sociale alla disgregazione. Guai, però, ribadisco, ad accettare la legge della giungla. La mossa dell’amministrazione americana scava un solco definitivo fra noi e loro, amplia le sponde dell’Atlantico riportandoci indietro di otto decenni e sancisce il tramonto definitivo di un’alleanza che abbiamo spesso percepito, non a torto, come una sorta di sudditanza nei loro confronti ma che adesso è diventata qualcosa di peggio: una competizione spietata e senza esclusione di colpi, in cui conta unicamente il dio denaro sotto forma, come detto, di armi e cedimenti d’ogni sorta. Se davvero l’Unione Europea vuole costituirsi come soggetto politico, e sarebbe ora che lo facesse, deve invece seguire i consigli di un americano saggio e perbene: papa Leone XIV, che nelle sue ultime uscite pubbliche ha sempre invocato la pace, il dialogo, il confronto fra i popoli e la fratellanza universale, riprendendo il messaggio evangelico di Francesco e attualizzandolo affinché possa costituire il segno distintivo e il legame profondo fra i due pontificati.
Non ci stupisce nemmeno che l’altro accusatore dell’Unione Europea, anche comprensibilmente dal suo punto di vista, sia Vladimir Putin: sono almeno quindici anni che ci teme. Perché la verità, al netto della nostra crisi, della nostra ipocrisia, del nostro declino, della nostra doppiezza nel trattare le questioni internazionali, a cominciare dall’imbarazzante e complice silenzio sul genocidio in corso a Gaza, e di tutto ciò che abbiamo perduto da quando abbiamo deciso di abbandonare la Grecia al proprio destino, sacrificandola sull’altare dei parametri di Maastricht e di un modello sociale, economico e di sviluppo disumano e degradante, la verità, dicevamo, è che incarniamo tuttora un’alternativa credibile alle autocrazie russa e cinese e alla nascente autocrazia americana. Di sicuro, continuando di questo passo, con questa irresponsabile inerzia, in breve tempo rischiamo di giocarci la residua credibilità che ci è rimasta, favorendo l’ascesa dei partiti nazisti e fascisti che stanno ormai sfondando le nostre porte e occupando posizioni di potere sempre più importanti. Altrettanto di sicuro, però, non è la resa la soluzione ai nostri mali. Se Trump ci dichiara guerra, e la mossa compiuta nei confronti di Breton va in quella direzione, al pari delle mire sul mondo dell’informazione e dell’intrattenimento per mettere a tacere ogni minima forma di dissenso, l’unica possibilità è renderci finalmente autonomi: social network europei pubblici e regolati secondo parametri chiari e non affidati ad algoritmi, ritorno al keynesismo e al Piano Beveridge, che ci tirarono fuori dall’abisso nel quale eravamo sprofondati durante la Seconda guerra mondiale, una Banca Centrale Europea che sia prestatrice di ultima istanza all’indirizzo degli stati che dovessero aver bisogno di liquidità, un’emittenza televisiva continentale, anch’essa rigorosamente pubblica (in contrasto con gli oligarchi a stelle e strisce che finanziano e sostengono il trumpismo, proprio come un secolo fa gli industriali italiani sostennero e finanziarono il fascismo per stroncare le rivendicazioni operaie e bracciantili), che garantisca la trasmissione dei grandi eventi, sportivi e non, in chiaro e alla portata di chiunque, un esercito comune, un seggio unico alle Nazioni Unite e un’unione politica, economica e d’intenti come mai si è vista finora. Non potrà mai compiere questo passo una classe dirigente screditata e inadatta come quella che, ahinoi, abbiamo in questo momento, ma questa è la direzione da seguire, l’orizzonte verso cui camminare, la meta da raggiungere. Ogni altra prospettiva conduce alla dissoluzione di un sogno di unità e pace, al ritorno delle frontiere, dei fili spinati, dei dazi e, di conseguenza, dei conflitti. L’opposto della fratellanza universale predicata dai due papi, l’antitesi del “mai più” che avevano scandito gli statisti di frontiera che, nel dopoguerra, avevano avviato questo progetto, il ritorno delle trincee e dell’odio indiscriminato per generazioni cui avevamo promesso l’Erasmus e il benessere globale e alle quali, al contrario, rischiamo di lasciare in eredità un fucile in spalla e la logica del nemico permanente. Tutti i nostri detrattori, a cominciare da Trumputin, non aspettano altro, ma noi cosa vogliamo davvero?
