“Timeo Danaos et dona ferentes” tuonava Laocoonte dall’alto della sua consacrazione sacerdotale ad Apollo. Ma la mirabile, alta statua equestre in legno pregiato in attesa davanti alle mura affascinò talmente tanto i suoi sordi concittadini che le porte di Troia si aprirono ed ebbe così inizio l’inesorabile destino di morte dell’antica città dell’Ellesponto.
In questi giorni, nonostante il dono promesso alla Sardegna non abbia alcun fascino ed anzi si presenta per quello che è, nella sua brutalità e disprezzo, gli unici Laocoonti che avvertono il rischio sono i sardi, e nemmeno tutti. Roma è quasi completamente silente rispetto ad un provvedimento governativo che rischia di aggravare enormemente il potenziale organizzativo della peggiore criminalità.
Si tratta di questo. I detenuti ai quali è stato imposto il regime del 41-bis saranno ammassati tutti insieme per essere rinchiusi nelle carceri sarde. Non si sa se saranno trasferii tutti i 742 reclusi ai quali si applica il regime speciale, ma è certo che nelle carceri sarde, a Nuoro, come a Uta, vicino a Cagliari, c’è un forte preallarme. Anzi a Bad’e Carros, il carcere nuorese, sono cominciati i trasferimenti dei reclusi verso altri penitenziari in modo da avere le celle immediatamente disponibili per accogliere i nuovi ospiti.
Nell’isola il sentimento prevalente è di rabbia contro quello che ancora una volta lo Stato centrale – oggi questo governo, come altri in precedenza – dimostra di considerare la Sardegna una colonia d’oltremare. Il provvedimento si aggiunge all’altra recente decisione che è quella di consentire l’ampliamento della fabbrica di bombe RWM in territorio di Domusnovas, mentre non viene in alcun modo modificata la condizione storica di terra che ospita ben il 60-65% delle servitù militari di tutta Italia.
Inascoltati i moniti di Roberto Saviano, quel che rimane incomprensibile è che quanti in Italia si occupano di questioni giudiziarie non intervengano per bloccare un’operazione che rischia di far diventare le carceri sarde la vera e unica università della criminalità organizzata, la quale avrebbe ovviamente la possibilità di organizzarsi al meglio per colpire ovunque.
Queste le preoccupanti premesse con le quali si apre il 2026, anno su cui si addensano nuvoloni sempre più neri se non si troverà la strada unitaria per fermare la deriva ostentatamente autoritaria della triade Meloni-Salvini-Tajani.
