Giornalismo sotto attacco in Italia

C’era una volta il giornalismo – La crisi di Stampubblica e noi

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Con la vendita di Stampubblica (orrendo neologismo che però rende l’idea del punto a cui sia giunta la notte) all’armatore greco Theodore Kyriakou, proprietario di Antenna Group e socio in affari del tristemente noto principe saudita Mohammad bin Salman (il mandante dell’omicidio di Jamal Kashoggi, secondo fonti della CIA), cala il buio sul giornalismo italiano. A dire il vero, la notte è cominciata ormai da tempo, da almeno un decennio, per il fu Gruppo L’Espresso possiamo dire addirittuta dal 2008, anno della morte del principe Carlo Caracciolo, l’ultimo editore puro in grado di garantire la massima autonomia e indipendenza a direttori e giornalisti; la vicenda in questione, tuttavia, fa compiere un ulteriore passo verso il baratro. Perché capite bene che un conto sia finire nelle mani di Carlo De Benedetti, editore impuro ma comunque dotato di una sana coscienza democratica (che, non a caso, ha fondato il quotidiano Domani per opporsi alla sciagurata decisione dei figli di cedere un gioiello dell’editoria italiana agli Elkann), ben diverso è ridursi a fare i megafoni di un capitalismo internazionale di stampo trumpiano che nulla ha a che spartire con la nobile tradizione delle due testate ora finite in un pericoloso limbo.
Un tempo, La Stampa era definita scherzosamente “la Busiarda”, espressione torinese che metteva in risalto la sua matrice padronale; sta di fatto che, per usare una fortunata espressione dell’Avvocato, ripresa da Massimo Giannini il giorno del suo insediamento alla direzione del quotidiano, si trattava comunque di “un giornale perbene”. Una testata, giusto per citare un esempio, che quando Biagi veniva cacciato da altre parti, gli ha sempre spalancato le porte; una testata che ha avuto come direttori personalità del calibro di Giacomo De Benedetti, Gaetano Scardocchia e Giulio Anselmi; la testata al cui inserto culturale Pasolini affidò, per interposto Furio Colombo, la sua ultima intervista, denunciando profeticamente che “siamo tutti in pericolo”; una testata così, che nel bravo Andrea Malaguti aveva trovato finora un punto di sintesi e di equilibrio. Cosa accadrà da adesso in poi? Pare, infatti, che il magnate greco sia interessato al patrimonio radiofonico e, al massimo, a Repubblica ma non intenda caricarsi i costi della Stampa, il cui futuro pertanto è incerto, al pari delle prospettive occupazionali delle brave colleghe e colleghi che vi lavorano.
Quando ero al liceo, attendevo il venerdì, giorno d’uscita dell’Espresso, con un’ansia quasi spasmodica: il settimanale delle grandi battaglie politiche e civili, dell’impegno laico, della costruzione di una sinistra azionista e in grado di coniugare l’alto e il basso, la rivista che rivelò lo scandalo del SIFAR ed ebbe il coraggio di mettere in copertina una donna crocifissa col pancione per sostenere il sacrosanto diritto all’aborto, ma anche il luogo, per citare un’esperienza che ho vissuto in prima persona, in cui chiunque dissentisse dai fasti effimeri e illusori dell’Italietta berlusconiana poteva trovare un approdo e un punto di sintesi. Pensiamo a Eugenio Scalfari, ad Arrigo Benedetti, a Livio Zanetti, a Giovanni Valentini, a Giampaolo Pansa, a Claudio Rinaldi, a Daniela Hamaui, a Edmondo Berselli; insomma, pensiamo a un mondo che non c’è più, quando bastava dire “via Po 12” e il tassista sapeva già dove dovevi andare. Un pomeriggio di ottobre del 2018, mi trovai a passeggiare nei corridoi lunari dell’Espresso, già traslocato a largo Fochetti, sulla Colombo, quando, direttore Damilano, era in corso un’assemblea redazionale per decidere il da farsi in merito a una ristrutturazione aziendale che prevedeva un sostanzioso taglio degli stipendi. L’aria era truce, il clima pessimo, l’intervista con Damilano dovette essere rinviata di qualche giorno ma, soprattutto, si avvertiva il senso della fine. Oggi L’Espresso è diventato ciò che è diventato, Damilano si occupa d’altro, MicroMega, altro tempio del pensiero laico nonché simbolo del migliore anti-berlusconismo, si è rilanciato come entità autonoma e la dissoluzione del gruppo è ormai completa. Se cito questi precedenti, è perché temo che l’esito per Stampubblica non sarà diverso. Che fare, allora? Innanzitutto, manifestiamo. In altre stagioni, i partiti dell’opposizione sarebbero già andati a compiere un sit-in davanti alla sede, in segno di solidarietà e vicinanza a un universo valoriale che appartiene a una storia comune. Poi, e lo dico sul filo del paradosso, vien quasi da chiedersi se non sia da rimpiangere l’era del finanziamento pubblico all’editoria, che avrà pure avuto mille difetti ma senza la quale rischiano di rimanere sulla scena unicamente padroni nel vero senso della parola, populisti da strapazzo e ciarlatani vari, con al massimo qualche piccola eccezione che finirebbe per confermare la regola. Infine, ci si dovrebbe porre il problema di ricostruire un tessuto democratico sempre più sfibrato, anziché perdere tempo ad Atreju, omaggiando e legittimando una destra che ha tutto da guadagnare dallo smantellamento delle icone della sinistra. E chi non collega il santuario cartaceo di Stampubblica con quello televisivo della Raitre di matrice guglielmiana, benché diversi sotto molti punti di vista, non coglie lo spirito del tempo, animato da un pervicace desiderio di fare piazza pulita di ogni pensiero critico e alternativo.
Sempre Giannini, nel suo primo editoriale al timone della Stampa di Elkann, scrisse: “‘Democrazia e giornalismo libero moriranno o progrediranno insieme’, scriveva Joseph Pulitzer nel 1902. Era già vero allora, per noi è ancora più vero oggi”. Mi permetto di aggiungere: specie se si considera che viviamo in una stagione crossmediale, in cui i linguaggi, in particolare quelli delle nuove generazioni, sono radicalmente cambiati e il mondo della politica non è ancora riuscito a porsi al passo coi tempi.
Concludo con un’amara riflessione: se Berlusconi ha arrecato danni enormi al Paese ma non è mai riuscito a spingersi oltre un certo limite, è perché c’era ancora qualcuno nelle condizioni di dirgli no. Oggi quel limite è venuto meno e i pochi che vent’anni fa si opponevano o non ci sono più o sono stati ridotti al silenzio. Peccato che così, facendo nostra la frase di Pulitzer, oltre al giornalismo, stia svanendo la democrazia.

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