Occhio, perché adesso, probabilmente, perderanno la testa. Non si daranno una calmata, come sostengono alcuni osservatori, incredibilmente benevoli nei confronti di questa maggioranza; accadrà l’opposto, dateci retta (il fatto che si parli nuovamente di premierato fuga ogni dubbio in tal senso). Non saranno insomma due regioni vinte, per quanto bene e meglio delle aspettative (in particolare la Campania), ad attenuare la furia agonistica di un governo che concepisce la propria missione politica come una sorta di riscossa epocale, una rivincita sulla storia, il superamento dello spirito repubblicano e costituzionale, la fine dell’isolamento e la sconfitta del concetto di “arco costituzionale” che per mezzo secolo ha tenuto meritoriamente fuori dalla stanza dei bottoni i suoi predecessori. No, non cambieranno: la moderazione non appartiene al loro DNA.
Quanto all’opposizione, Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, Magi e persino Renzi farebbero meglio a definire, sin d’ora, un patto di collaborazione, o almeno di non aggressione, in vista delle Politiche del 2027. Niente primarie, niente rodei, niente scontri all’O.K. Corral, niente file ai gazebo, niente conflitti; molto meglio trovare una figura di sintesi e utilizzare i prossimi mesi per definire un programma insieme alle persone, come ha annunciato ad esempio di voler fare Conte, rinverdendo lo spirito di Nova e restituendo smalto alla propria comunità, uscita, nonostante la vittoria di Fico in Campania, oggettivamente ridimensionata da queste Regionali. Facciano altrettanto gli altri leader del centrosinistra: aprano i cantieri e si mettano al lavoro, ascoltino prima di decidere e si confrontino, organizzino insieme una grande manifestazione unitaria in nome della democrazia, della libertà d’informazione, dell’indipendenza della magistratura, dei diritti e della dignità delle donne e di tutto ciò che abbiamo visto umiliato e calpestato in questi anni e, infine, creino un evento, in autunno, per presentare un programma chiaro, condiviso e lineare che non ricordi in nulla e per nulla il mattone di quasi trecento pagine con cui si presentò nel 2006 l’Unione di Prodi. Quello era un fallimento annunciato, al prossimo giro un simile errore non sarà ammissibile.
Infine, le liste elettorali. Che siano straordinarie, rispondendo a quattro criteri: territorialità, competenza, innovazione e memoria storica. Affinché un partito, e diremmo una coalizione, abbia una certa credibilità, infatti, è indispensabile coniugare tutti questi elementi, senza cedere a pericolose logiche rottamatorie e senza rinunciare al valore di personalità provenienti dalla società civile in grado di far compiere un salto di qualità alle singole forze e alla comunità nel suo insieme. Soprattutto se si considera che nel 2029, o magari prima, si dovrà eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, non si possono commettere errori. Pertanto, la sfida che ci permettiamo di lanciare da qui, all’intero campo progressista, è di cominciare a selezionare una serie di personalità da coinvolgere in questa battaglia, con l’esplicita richiesta che si mettano al servizio della collettività, senza manie di protagonismo e col massimo rispetto per il prossimo. Conte, come detto, è stato il primo a muoversi in questo senso, ma non abbiamo dubbi che Schlein, Fratoianni e Bonelli faranno presto altrettanto, al pari della componente liberale e centrista. Campania e Puglia testimoniano che questa destra è sì forte e priva di ogni misura ma non invincibile. Il referendum sulla giustizia sarà la linea del Piave: niente distinguo e avanti insieme per salvaguardare l’indipendenza della magistratura e i principî costituzionali. Se perde quella battaglia, Meloni va a casa, e lo sa.
