Cinquant’anni senza Francisco Franco, cinquant’anni di democrazia in Spagna, cinquant’anni di governi che si alternano e si sfidano civilmente: tutto questo può sembrare scontato ma non lo è, specie se si considera che dal ’39 al ’75 quel paese aveva vissuto sotto il tacco di una dittatura imperniata su una sorta di fondamentalismo cristiano e tutt’altro che all’acqua di rose come qualcuno impropriamente oggi racconta.
Mezzo secolo, dunque, dalla morte del dittatore che il 18 luglio del ’36, tramite l’Alzamiento contro il legittimo governo del Fronte Popolare, aveva dato il via a tre anni di guerra civile che avrebbero costituito il prologo del conflitto mondiale che sarebbe scoppiato di lì a poco; e guai a dimenticarsi del fatto che a sostenerlo erano accorsi, con bombardamenti e altre infamie, sia Mussolini che Hitler: basti pensare all’orrore di Guernica o al massacro di Barcellona dell’anno successivo per rendersi conto di cosa stiamo parlando.
Quasi quattro decenni di tirannia, un’arretratezza inimmaginabile e un lento cammino verso la speranza, agevolato dal triennio chiamato Transizione e reso definitivo dal golpe sventato alle Cortes il 23 febbraio ’81. Da una parte, il colonnello Antonio Tejero, dall’altra tre uomini che non avevano mai creduto granché nella democrazia ma in quel preciso momento, in quella che Javier Cercas ha definito “anatomia di un istante”, scelsero di schierarsi dalla parte di un ideale che andava al di là delle loro stesse vite: quello della libertà, riconquistata e mai più abbandonata, benché le spinte in senso opposto, soprattutto negli ultimi anni, siano forti e drammatiche. Adolfo Suárez, il generale Manuel Gutiérrez Mellado e Santiago Carrillo: tre biografie diverse, quasi opposte, e, come detto, un’unica, coraggiosa decisione: non tornare indietro. Non pensate, insomma, che sia stato facile giungere al punto in cui la Spagna si trova attualmente perché non è così. E aggiungiamo che se, a differenza nostra, ancora difendono dei valori che da noi sembrano essere andati perduti, è perché la memoria resistenziale, la cultura dell’opposizione allo scempio e i testimoni diretti dell’abisso sono in parte tuttora fra noi. La Spagna, in pratica, si trova nella stessa condizione in cui ci trovavamo noi trent’anni fa, quando ancora i valori costituzionali avevano diritto di cittadinanza e la politica conservava un minimo di solidità, per quanto già indebolita dall’inchiesta di Tangentopoli e dalla fase ascendente del berlusconismo. Oggi, con la scomparsa di quasi tutti i testimoni del fascismo, della guerra e della Resistenza, alle nostre latitudini regna l’apatia, almeno a livello istituzionale, mentre in Spagna il governo Sánchez si sta rivelando uno dei più efficaci e progressisti del Vecchio Continente e anche la monarchia, sotto la guida di re Felipe VI, si è ripresa dopo gli scandali che hanno travolto Juan Carlos.
Definire Franco, i suoi trentasei anni alla guida del Paese, le sue chiusure e la sua rigidità non è semplice. Ci limitiamo a ricordare che fu un maestro della propaganda, che utilizzò a piene mani lo sport per affermare il proprio potere, che sfruttò e favorì le vittorie del Real Madrid di Bernabéu, suo coetaneo e longevo quasi quanto lui alla guida della Casa Blanca (1943-1978), e che ebbe un ruolo anche nell’evoluzione della Spagna calcistica. Un despota moderno, quindi, dotato di carisma e ferocia. Sarà bene non dimenticare le sue caratteristiche e non minimizzare ciò che è stato, affinché non riprenda piede per mano di emuli assai meno capaci ma non meno insidiosi. Ci stiamo giocando l’Europa e la Spagna è forse uno degli ultimi baluardi: auguriamoci che non cada o il nostro futuro sarà tremendo.
