Nel tempo della depoliticizzazione globale, Fabio de Nardis e Angelo Galiano raccontano la rinascita dei conflitti territoriali e la soggettivazione politica dal basso.
In un presente dominato dal linguaggio della sicurezza e dalla retorica dell’ordine, il conflitto è tornato a essere una parola sospetta. L’ideologia securitaria, alimentata da media e classi dirigenti, tende a criminalizzare ogni forma di dissenso, trasformando la protesta in disturbo, la rivendicazione in minaccia. Eppure, come ricordano Fabio de Nardis e Angelo Galiano nel loro libro Conflitti meridiani. Proteste territoriali e soggettivazione politica nel finis terrae (Meltemi, 2025), non esiste democrazia senza conflitto, né cittadinanza senza la possibilità di dire “no”. Il volume, frutto di una lunga ricerca sociologica, interroga la contemporaneità a partire da un punto di osservazione periferico: il Sud, e in particolare il Salento. Un territorio spesso raccontato come marginale o folklorico, ma che in queste pagine diventa laboratorio politico e spazio di resistenza contro la spoliazione neoliberale.
Depoliticizzazione e colonizzazione del discorso pubblico
De Nardis e Galiano partono da un assunto preciso: il neoliberismo non è solo un modello economico, ma un progetto politico e culturale che ha svuotato la dimensione del conflitto, spostando le decisioni dalle arene rappresentative ai luoghi “neutrali” del potere economico e tecnico — banche, agenzie indipendenti, società private che gestiscono servizi pubblici. È ciò che gli autori chiamano depoliticizzazione governativa: la trasformazione della politica in amministrazione, della decisione in gestione. A questa si accompagna una depoliticizzazione discorsiva: una narrazione totalizzante che neutralizza il dissenso attraverso parole d’ordine apparentemente progressiste — smart city, innovazione sociale, green economy, inclusione — ma che finiscono per ricondurre ogni pratica alla logica dell’impresa e del mercato. In questo scenario, persino i diritti diventano concessioni condizionate alla “meritevolezza”, e la cittadinanza si riduce a performance di conformità. Come avrebbe detto Wendy Brown, “la razionalità neoliberale non distrugge la democrazia dall’esterno, ma la svuota dall’interno, traducendo la libertà in competizione e la cittadinanza in capitale umano” (Undoing the Demos, 2015). È in questa lenta ma inesorabile dissoluzione del politico che il Sud si offre come controcampo, come territorio epistemico e affettivo in cui l’idea stessa di conflitto può tornare a essere produttiva, relazionale, generativa. In tal senso, il Sud va interpretato come vera e propria frontiera del politico: là dove il modello neoliberista sembra trionfare, emergono nuove forme di soggettivazione. Conflitti meridiani attraversa il tessuto dei movimenti territoriali del Mezzogiorno — dalle lotte ambientaliste contro il TAP e l’estrattivismo energetico, ai comitati contro la turistificazione e lo svuotamento dei paesi — restituendo la complessità di un Sud che non è più solo “terra del rimorso”, ma spazio vivo di opposizione e reinvenzione comunitaria. Gli autori ribaltano così le narrazioni dominanti sulla “questione meridionale”: il Sud non come luogo arretrato o passivo, ma come avamposto di sperimentazione politica. Qui il conflitto non è distruzione, ma pratica costituente; non è nostalgia di una comunità perduta, ma costruzione di nuove relazioni contro l’individualismo proprietario. Come ha scritto Étienne Balibar, “il conflitto è la forma più alta della cittadinanza democratica, poiché è l’unico modo in cui l’eguaglianza prende corpo” (Nous, citoyens d’Europe, 2001). Nella stessa direzione, Conflitti meridiani propone un modo di “abitare il Sud” che è al tempo stesso geografico e simbolico: un contro-discorso, una pratica del limite, una politica dei margini che rovescia la logica centro-periferia.
Femminismi meridiani e politica della cura
Non si può però comprendere la portata radicale di questi conflitti senza adottare una lente femminista e decoloniale. Come hanno mostrato le pensatrici del Sud globale — da María Lugones a Rosi Braidotti — il dominio neoliberale è inseparabile da una genealogia patriarcale e coloniale del potere. Nel contesto meridionale, la lotta contro la spoliazione dei territori coincide spesso con la riemersione di saperi situati e pratiche femminili di cura: le donne dei movimenti anti-TAP, le attiviste dei comitati per la difesa del paesaggio, le reti contadine e solidali. In queste esperienze si produce una nuova forma di soggettività politica, dove l’opposizione all’estrattivismo è anche resistenza alla mascolinizzazione della politica e del linguaggio economico. “Il Sud non è una categoria geografica ma affettiva”, scrive la filosofa Adriana Cavarero: “è il luogo da cui si parla il mondo, non per dominarlo ma per prendersene cura”. In questa prospettiva, la politica che nasce dal Sud non è mera rivendicazione, ma gesto etico: è la riattivazione di un principio di interdipendenza che la razionalità economica ha voluto negare.
De Nardis e Galiano mostrano come la politicità dei conflitti meridiani risieda nella loro capacità di produrre nuove forme di istituzione sociale. Le assemblee cittadine, le reti solidali, le autogestioni comunitarie diventano luoghi in cui il “fare politica” si emancipa dai codici dello Stato e del partito, ritrovando una dimensione di autonomia e di mutualità. Si tratta, per dirla con Jacques Rancière, di una “redistribuzione del sensibile”: un atto attraverso il quale chi era invisibile si rende visibile, chi era escluso reclama il diritto di parola, e ciò che era privato diventa politico. In queste pratiche, il Sud smette di essere “l’altra faccia” del Nord e diventa un altrove epistemico, una fucina di concetti nuovi. Gli autori ci ricordano che il conflitto non è un’anomalia da reprimere, ma la sostanza stessa della vita democratica e, in una società che tende a neutralizzare ogni divergenza, riscoprire il valore politico del conflitto significa restituire dignità alla partecipazione e alla parola pubblica. I conflitti meridiani di cui parlano gli autori sono allora molto più che vertenze locali: sono segnali di un processo globale di ricomposizione, in cui le periferie tornano a pensare il mondo e a immaginarne alternative. In tempi di crisi ecologica, di disuguaglianze crescenti e di nuove guerre per le risorse, il Sud del libro non è un luogo geografico ma un’autonoma postura politica, femminista e plurale: quella di chi, dal margine, prova a rimettere al centro il senso della comunità e la possibilità del cambiamento. Perché, come scrive Bell Hooks, “dal margine non si osserva soltanto il mondo, lo si reinventa”.
Fabio de Nardis, Angelo Galiano, Conflitti meridiani. Proteste territoriali e soggettivazione politica nel finis terrae, Meltemi, 2025
