Giornalismo sotto attacco in Italia

Sudan, gli orrori che il mondo non può più ignorare

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In un mondo che pare aver immunizzato a tutte le sofferenze, ci troviamo a scrivere – ancora una volta – di un orrore che attraversa il Sudan, un orrore che sembra sfuggire al nostro sguardo, nascosto dietro il velo sottile della distanza e della sopportazione.
Le immagini che ci arrivano sono poche, e quelle che mostrano la vera brutalità di questa guerra sono troppo crude, troppo dure da poterle mostrare sui nostri schermi, troppo terribili da mettere in pagina come se fosse una semplice notizia.
Eppure, nel silenzio che avvolge questo conflitto, che Articolo 21 non ha mai oscurato, si nasconde una verità atroce: 150 mila morti, 11 milioni di sfollati, uomini e donne strappati via dalle loro case, dalle loro famiglie, dalle loro vite.
Non si riesce a contemplare tanta crudeltà, forse si preferisce l’oblio a tali mostruosità. Ma la realtà è un’altra: nel mainstream prevale la logica dei morti di Seria A e di Seeie B.
La più grande crisi umanitaria del mondo, quella che rischia di cancellare storie e identità, è relegata a pochi sensibili media, come Focus on  Africa.
Sui social girano immagini terribili che sfiorano il nostro senso di responsabilità senza scuoterlo.
Il conflitto in Sudan è scoppiato il 15 aprile 2023, nel momento in cui il generale delle Forze di supporto rapido, le Rsf, ha sfidato apertamente l’esercito regolare, mirando a prendere il controllo di tutto il Paese. Un gesto di avidità, di potere, ma soprattutto di orrore. La guerra, in questa terra segnata da divisioni etniche, diventa un pretesto usato dai miliziani per perpetrare violenze indicibili nelle aree a maggioranza africana, in un Paese che ormai nella sua maggioranza è arabo.

E le storie che emergono dai rifugi di Ciad sono struggenti: testimonianze di stupri etnici, di violenze che urlano il nostro silenzio. Ricordi agghiaccianti di uno slogan che ancora echeggia nella memoria di chi è riuscito a fuggire: “I vostri figli saranno arabi” e “Quest’anno tutte le ragazze di qui saranno incinte dei figli dei Janjaweed”. Parole che ci fanno sentire un odore di morte e di annientamento, sussurri di un genocidio ignorato, di una barbarie che rievoca l’oblio dei nostri giorni.

Janjaweed: il nome stesso è un incubo. “I demoni a cavallo” – un nome che porta con sé trent’anni di orrore: guerre di sterminio, massacri di massa, una campagna di sangue che fece 300 mila morti negli anni passati, senza nemmeno essere riconosciuta come genocidio. Ora, di nuovo, assistiamo alla ripetizione di questa violenza, al perpetuarsi di un’ingiustizia senza fine.

E due giorni fa, le immagini della città di al Fasher ci raccontano un’altra storia, quella di un massacro che si consuma sotto i nostri occhi distanti. Le immagini satellitari mostrano chiazze di sangue nella sabbia, tracce di uccisioni recenti. E sui social, le video sono una cartina tornasole del terrore: esecuzioni che sfidano il nostro disinteresse, che scoppiano come urli di morte tra le mura di una guerra ignorata.

Mi atterrisce rivivere quei momenti, raccontare ancora questi orrori. Ma non si può  che farlo con la forza e la determinazione di sempre. Quando il silenzio diventa complice si è colpevoli quanti chi distrugge vite.
È il nostro dovere, nonostante il disgusto e il dolore, illuminare questo abisso. Perché finché ci saranno anche solo poche immagini, anche solo alcune voci sopravvissute, ci sarà la speranza che il mondo – anche il nostro, che spesso si gira dall’altra parte – si accorga di questa tragedia troppo grande per essere ignorata.
Non possiamo restare silenti di fronte all’orrore, perché l’indifferenza è la nostra più grande condanna.


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