Un armistizio alternato a stragi di civili? Una tregua ad orologeria contrassegnata da massacri di incolpevoli residenti? O più semplicemente “una scaramuccia” costata la vita a più di 100 persone “ma la pace resisterà”, come il vicepresidente statunitense Vance ha ottimisticamente commentato l’ennesima carneficina seguita agli ultimi raid israeliani su Gaza e Belt Lahia.
Una rappresaglia decisa dal primo ministro Netanyahu in risposta ad Hamas per le presunte violazioni del cessate il fuoco e per aver infranto l’accordo sulla restituzione degli ostaggi caduti. Bombardamenti concordati con l’amministrazione statunitense, secondo l’emittente pubblica israeliana Kan. Il premier (per non smentirsi) ha annunciato anche di ampliare il territorio sotto controllo israeliano oltre il 53% della Striscia su cui le forze di difesa di Tel Aviv già operano.
Le parole di Vance sembrano sconnesse dalla realtà. Ad un mese dalla firma di Sharm el Sheikh, a Gaza torna la violenza, i beni di prima necessità (che continuano ad arrivare con il contagocce) hanno subìto una ulteriore impennata dei prezzi mentre i ministri estremisti di Tel Aviv invitano Bibi a “finire il lavoro rimasto a metà”. Con Hamas ancora in armi nessuna nazione è disposta ad intervenire nella ricostruzione. Il governo israeliano appare sempre più pronto a far saltare i fragili accordi sottoscritti in Egitto. Trump si è impegnato con gli Stati Arabi per evitare questa pericolosa deriva. Riuscirà a tenere in piedi accordi scritti sul mare e cementati sulla sabbia di Sharm el Sheikh?
