È nota l’idiosincrasia che i presidenti statunitensi (in particolare repubblicani) nutrono verso la geografia. George Bush jr. ci ha donato preziose perle ma Donald Trump sta facendo di meglio amalgamando sapientemente l’ignoranza con generose dosi di fake news. Il Lesotho (2 milioni e 300 mila abitanti che ottennero l’indipendenza dal Regno Unito nel 1966, nazione che è una enclave in territorio sudafricano) gli sta turbando da tempo il sonno. A febbraio giustificò la riduzione dei finanziamenti di Usaid (agenzia statunitense oggi sciolta che si occupava di aiuti internazionali) riferendosi a presunti sprechi tra cui “8 milioni di dollari a sostegno del movimento LGBTQ+ in Lesotho, che nessuno ha mai sentito nominare”. Peccato che il governo del paese africano non fosse a conoscenza degli aiuti menzionati mentre le organizzazioni non governative interessate hanno bollato come falsi i dati diffusi. Oggi la spregiudicata politica statunitense sui dazi colpisce duramente il continente africano ed in particolare il piccolo Lesotho, dove operano industrie tessili che producono tra l’altro per le 3 più grandi (e iconiche) aziende di jeans a stelle e strisce. Pantaloni e magliette create in 13 grandi stabilimenti (di proprietà cinese e taiwanese) dove lavorano 30 mila operai pagati al massimo l’equivalente di 150 euro al mese dovranno pagare dazi di importazione del 50 per cento. Un colpo di maglio sul settore tessile che da solo garantisce il 20 per cento del prodotto interno lordo per abitante, inferiore ai 900 euro annui. Strano destino di una globale politica industriale che ha fatto del trasferimento delle produzioni delle imprese (statunitensi e non solo) verso quelle nazioni che vantano un basso costo della manodopera e prive di ogni controllo.
I dazi non risparmiano nessuno: il Madagascar dovrà pagare il 47%, le Mauritius il 40%, per il Botswana il 37%. Trump ha annunciato che per il Sudafrica applicherà una tariffa “scontata” del 30% perché “stiamo pagando per loro miliardi di dollari e abbiamo tagliato i finanziamenti poiché in questo paese stanno succedendo molte cose brutte”. Il riferimento è alla riforma agraria che secondo il presidente ed Elon Musk (di origini sudafricane) minerebbe i diritti degli agricoltori bianchi.
Nel 2024 i paesi africani hanno esportato negli Stati Uniti merci per 49 miliardi mentre gli Usa hanno importato per 32 miliardi di dollari: un interscambio di 82 miliardi. Cifra lontana dai 300 miliardi di traffici con la Cina.
Le misure applicate da Trump segnano la fine dell’African Growth and Opportunity Act (Agoa), l’accordo firmato nel 2000 dal presidente Bill Clinton che consentiva a 32 nazioni africane di esportare 6.800 prodotti negli Usa senza pagare dazi doganali. Un colpo di spugna sulla politica clintoniana di “Trade not Aid” (commercio non aiuti) mirata a ridurre la miseria nel mondo.
La formula della “reciprocità” delle tariffe doganali elaborata dallo staff di Trump nasconde in realtà il tentativo di mettere una toppa al debito pubblico statunitense (che sta raggiungendo l’insostenibile cifra di 40 trilioni di dollari) facendo pagare al mondo i propri buchi nei bilanci.
Il continente africano è alla ricerca di una soluzione. La più semplice e pericolosa è abbassare i propri dazi doganali rispetto all’ingresso di merci statunitensi indebolendo però le proprie industrie con l’intento di trovare una corsia preferenziale al mercato americano. Una seconda strada è la ricerca di nuovi partners spingendo l’acceleratore sulla cooperazione con l’Europa e con i Brics (il grande raggruppamento delle economie emergenti), in particolare con la Cina. La terza via è rappresentata dalla potenza (per ora ancora tutta teorica) rappresentata dall’ Area di Libero Scambio Continentale africana (Afcfta), un accordo che coinvolge 54 nazioni entrato formalmente in vigore nel 2021. L’ Area di Libero Scambio consente sulla carta l’incremento dell’industrializzazione, del mercato del lavoro e del commercio interno al continente. I paesi africani (un mercato che raggruppa 1 miliardo e mezzo di abitanti) commerciano infatti più fuori dal continente che tra loro. Sarebbe dunque (per ora solo teoricamente) una occasione per ridurre considerevolmente la dipendenza dal mercato estero favorendo lo sviluppo interno.
Molti gli interrogativi, dovuti specialmente alla finanza statunitense che pesa sul debito pubblico subsahariano. Certo, urgono decisioni coraggiose.
Fonte mensile CONFRONTI n.9 settembre 2025
