Giornalismo sotto attacco in Italia

Kimmel è tornato!

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C’è qualcosa di brutale nello spegnere una voce che da anni intrattiene milioni di persone. Non è solo censura, è un atto di guerra culturale: togli una voce e cominci a ripulire l’aria da qualsiasi fastidio. Era questo che si era immaginato Donald Trump quando ha fatto pressioni per silurare Jimmy Kimmel dall’Abc. Ma qualcosa deve essere andato storto, e così Kimmel è tornato, e con lui su quel palco sono tornati i diritti. Questa volta però non è come prima, nemmeno il suo monologo. Non uno sketch comico, non una battuta a effetto: questa volta non si scherza, anzi si piange e ci si arrabbia, perché la censura imposta da Trump è stata, per usare le sue stesse parole, “antiamericana”. Un monologo che è a tutti gli effetti un manifesto politico dei giorni nostri e che, se lo ascoltiamo bene, ci riguarda molto da vicino. C’è un passaggio che resta scolpito: “Il governo non può decidere cosa possiamo o non possiamo dire in televisione. Dobbiamo opporci a questo.” Non poteva dirlo meglio. Kimmel non ha chiesto scusa, non ha abbassato la testa: ha detto a milioni di persone che la satira non chiede permesso e che la libertà o è intera o non è. Ha denunciato la complicità dei network che lo hanno oscurato, ricordando che quando un colosso televisivo piega la testa al potere non è una scelta commerciale, è censura mascherata. Ed è questo che rende quella mezz’ora in diretta un manifesto civile, una lezione che parla al presente americano ma che ci riguarda direttamente. Perché se negli Stati Uniti, tra mille contraddizioni, un comico sospeso trova la forza e lo spazio per rientrare, da noi non sarebbe affatto scontato. L’Italia non è terra di rientri, ma di epurazioni silenziose, di carriere finite senza clamore. Qui la censura non si annuncia, si pratica. Si pratica con i palinsesti decisi a tavolino, con la Rai spartita come un bottino tra i partiti, con un pluralismo che resta più sulla carta che nell’aria. Abbiamo una Costituzione meravigliosa, l’articolo 21 che ci ricorda che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, ma la distanza tra quella promessa e la realtà quotidiana è enorme. È in questo scarto che prolifera la destra estrema, quella che alza il tono contro i giornalisti, che guarda con simpatia a modelli autoritari, che insegue Trump più di quanto non voglia ammettere. È qui che la libertà diventa un lusso da concedere agli amici e da negare ai critici. Ed è qui che l’antifascismo, parola troppo spesso ridotta a cerimonia, deve tornare pratica quotidiana: difendere chi dissente, chi irride il potere, chi mette in ridicolo la retorica del capo. Il monologo di Kimmel ci ricorda che la democrazia non si misura solo nelle aule parlamentari, ma nei palinsesti, nelle voci che resistono, nei microfoni che non si spengono. Perché è proprio lì, nella libertà di parola e di satira, che si gioca la possibilità di restare cittadini e non sudditi.

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