Sherwan Sherwani in carcere già non avrebbe dovuto starci; ma poiché in carcere c’era, ne sarebbe uscito entro qualche settimana alla fine della pena.
Invece, il 19 agosto, dimostrando il più totale disprezzo per la sua vicenda personale e per la libertà di stampa, le autorità del Kurdistan iracheno lo hanno condannato ad altri quattro anni e mezzo. Il motivo ufficiale? Aver minacciato una guardia penitenziaria.
Prima dell’arresto, avvenuto nell’ottobre del 2020, Sherwani scriveva di diritti umani e denunciava la corruzione. Condannato nel 2021 a sei anni e mezzo per “destabilizzazione della sicurezza regionale”, reato definito in modo ampio e generico e che criminalizza anche la libertà di espressione e di stampa, aveva ottenuto uno sconto di pena. Tuttavia, nel luglio 2023, alla pena ridotta si erano aggiunti altri quattro anni per “falsificazione di un documento”.
Siamo quindi alla terza, pretestuosa condanna, di una persona che da quasi cinque anni è privata della libertà solo a causa della sua attività giornalistica e che, se non cambieranno le cose, è destinata a rimanere in prigione fino alla fine di questo decennio.
