Parlare di separazione delle carriere è doppiamene fuorviante. Anzitutto perché non è l’unico tema né il più importante del ddl costituzionale in “materia di ordinamento giurisdizionale” appena approvato dal Senato. E poi perché così si presentano come riguardanti le carriere dei magistrati cambiamenti che investono soprattutto i diritti dei cittadini: è la tutela di tali diritti ad essere pesantemente colpita da questo ddl.
Se non c’ è indipendenza della magistratura, infatti, non c’ è garanzia reale che tali diritti siano tutelati e la loro violazione sanzionata. E la creazione di due Csm, con l’introduzione del sorteggio per eleggere i membri togati, colpisce certamente l’indipendenza della magistratura. L’Assemblea Costituente trasferì i poteri del Ministro di Grazia e Giustizia al Csm per affermare l’autonomia della giustizia dal potere esecutivo. Ora si torna ad indebolire i giudici e giudici più deboli vuol dire anche meno imparziali: dunque, meno giustizia per i cittadini.
Va nella stessa direzione il paradossale “rafforzamento” contestuale dei Pm. Totalmente separati dalla magistratura giudicante, non saranno più tenuti a “cercare la verità” e cioè non solo le prove a carico ma anche quelle a favore dell’imputato. Il pubblico ministero diventerà solo l’avvocato dell’accusa – qualcuno dice un “superpoliziotto” -, spinto in questa direzione da un rapporto più stretto con la polizia giudiziaria. Non è un bel risultato per chi lamenta un ruolo oggi preponderante dei pm a danno dei cittadini!
Questo ddl sulla giustizia è un passo deciso nella decostruzione della democrazia in Italia. Lo conferma anche il percorso seguito per adottarlo: presentato da parte dal Presidente Consiglio e del ministro della Giustizia (inopportuno in materia costituzionale); sottratto a qualsiasi confronto con gli interessati (anzitutto i giudici); blindato con un iter parlamentare che ne ha impedito l’approfondimento (i rappresentanti della maggioranza non lo hanno neanche difeso) e una vera discussione (gli interventi sono stati contingentati in modo estremo); non è stato modificato e dunque neanche migliorato in alcun modo ed è stato approvato da Camera e Senato in tempi record, del tutto inappropriati per una materia così importante e delicata. Ora bisogna guardare al referendum su questo ddl che – dopo l’approvazione in seconda lettura da parte di Camera e Senato – si svolgerà probabilmente all’inizio del 2026 non come un momento di scontata conferma nell’indifferenza generale, ma come occasione in cui i cittadini possono finalmente far sentire la loro voce su una questione così importante per la loro vita: l’amministrazione della giustizia.
*Agostino Giovagnoli è Emerito di Storia Contemporanea
