“Piccolo corpo”, di Laura Samani, Italia, Francia, Slovenia, 2022

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Inizi del ‘900, in un’isoletta del Nord-Est d’Italia, la diciottenne Agata (Celeste Cescutti, foto sotto) mette al mondo una figlia già morta. Per la Chiesa ad essa non può essere dato un nome, insomma non può essere battezzata (regola che oggi non esiste più, n.d.r.). Ad Agata resta solo una speranza, secondo le voci che girano da tempo, portare il piccolo corpo della bimba in una chiesa dell’immaginaria Val Dolais, nell’estremo nord innevato, dove risvegliano anche solo per un istante i nati morti, ai quali viene così evitato il limbo eterno. Il viaggio che la giovanissima mamma intraprende, con sulle spalle la piccola bara di misero legno della figlioletta, sarà pieno di pericoli e insidie. Recitata in stretto dialetto veneto e friulano (sottotitolato, a ricordare in questo anche tutta l’ispirazione fortemente olmiana del film), con l’inserimento di alcuni dialoghi in sloveno, l’opera prima di Samani ci condurrà verso i sentieri della natura più aspra, in cui l’acqua, il fuoco, la roccia, la neve, sono le componenti indispensabili entro cui si muove la sostanzialità dell’umano, al pari del latte materno reso inutile dalla sventura, ma sempre lì a ricordarci della sacralità dell’Uomo ( e quanto l’ambientazione e il dialetto friulano non sono anche omaggio immancabile a Pierpaolo Pasolini?) Tutto è povero e poco intorno ad Agata. Solo il suo amore per l’amore, per il sentimento, racchiusi in quel piccolo corpo, non ha confini, fisici e mentali. Sfuggita ai briganti, insieme ad una compagna di fuga, Lince (Ondina Quadri), misteriosa quanto concreta, Agata sfiderà anche le incognite di una metaforica caverna proibita alle donne, che deve attraversare per arrivare prima a destinazione. Vincerà anche questa sfida in nome di due identità da preservare, la sua e della figlioletta, diversamente destinate a non essere mai esistite. Quella di lei donna e madre, e quella della piccola come persona, amore, e atto d’amore, nel mondo fin da subito.

La chiusura del cerchio sarà nelle mani di Lince, giovane donna destinata a riacquisire la propria essenza femminile, nascosta dietro i capelli corti, necessari a sopravvivere in un mondo duro e violento, attraverso l’esempio di una madre che sacrificherà la propria vita nella speranza di farne (ri)nascere un’altra. E la magica sequenza finale, che vede Agata e la figlioletta, battezzata da Lince “Mare”, proprio prima di essere sepolta, abbracciate in fondo al mare, avvolte in un rallenty da brividi, molto più affine a quello de “La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro, che non a quello ben più celebre de “L’Atalante” di Jean Vigo, necessario a ribadire l’insopprimibilità dei sentimenti, destinati all’infinitezza, ridefinisce il cinema in senso pittorico, come rare volte capita. Attori non professionisti, silenzi che squarciano tempi e luoghi, dialoghi essenziali, volti che tutto dicono, cinepresa capace di cogliere la realtà e, contemporaneamente, andarne oltre. E’ così che Laura Samani ha saputo meritarsi il David di Donatello per la migliore regista esordiente e il Premio Flaiano per la migliore Opera prima.


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